Capitolo 1

MYSTERE & JAVA

 

- Dunque si chiama Java. E dove diavolo l'avrebbe pescato?...

- Secondo me in uno zoo. Anzi, in un circo equestre. Assomiglia in tutto e per tutto a un gorilla ammaestrato.

- Meglio che non ti senta. Dicono che quando lo chiamano "scimmia" diventi una furia. Java è un uomo preistorico, un vero e proprio Homo Sapiens!

Un sopracciglio si aggrottò, poi la voce petulante di Michael Bernstein, commentatore scientifico del prestigioso Washington Post, squittì in tono di sufficienza: - No, mia cara, non è un Homo Sapiens! Lui perlomeno sostiene che si tratta di un uomo di Neanderthal. E siccome gli uomini di Neanderthal sono estinti da almeno trentamila anni, significa che lui racconta un mucchio di frottole...

Un'altra voce - questa volta femminile - commentò in tono annoiato: - Ma perché stiamo a parlare di quel Java? Parliamo di lui, piuttosto, del suo amico Martin Mystère! Io lo trovo molto più interessante...

 

Beverly Carver, elegantissima nel suo sobrio abito da sera, stava facendo tutto il possibile per allontanarsi dal gruppetto infervorato nella discussione. Ma proprio in quell'istante Geo Dumpkoft, generale in pensione, il petto tintinnante di medaglie e di decorazioni, la afferrò per un braccio senza troppi complimenti:

- Esploratore, archeologo, esperto di informatica, scrittore... Lo chiamano addirittura "Il detective dell'impossibile" perchè si occupa di faccende come Atlantide e i dischi volanti. A quanto sembra quel Martin Mystère sa fare proprio tutto. Tu lo conosci, Beverly: è vero o sono tutte voci che ha messo in giro per farsi pubblicità?

- Voci, sono solo voci! - si intromise Bernstein - Pensate che c'è chi sostiene che possiede "una misteriosa arma" vecchia di quindicimila anni. Ma, naturalmente, nessuno ha mai avuto il bene di vederla...

Il generale alzò le spalle con disprezzo: - Se é vecchia di quindicimila anni sarà al massimo un coltello di selce. A voi giornalisti piace ingigantire le cose!

 

Beverly e Susan - la ragazza che aveva imprudentemente citato l'Homo Sapiens - riuscirono finalmente a tirarsi in disparte, sottraendosi alla calca degli ospiti

- Papà ha fatto le cose in grande - commentò Beverly, valutando mentalmente il numero degli invitati. - E' strano, perché detesta la confusione.

Susan si guardò intorno. - Evidentemente tiene molto alla conferenza stampa di stasera. Ma non l'ho ancora visto. Dove si è cacciato?

Beverly teneva d'occhio la porta d'ingresso, come se aspettasse l'arrivo di qualcuno in particolare. Le ci volle qualche secondo per rendersi conto che Susan le aveva parlato.

- Cosa? Ah, sì, papà. Dev'essersi rifugiato nel suo studio. Come ti ho detto non ama la confusione e tutta questa gente che gli gira per casa sfiorando i suoi "tesori" lo innervosisce.

 

Nel salone della palazzina negli "Heights" di Brooklyn - la zona elegante di quel vasto quartiere di New York - alcuni camerieri si aggiravano con vassoi carichi di tartine e calici di champagne, percorrendo una sorta di slalom tra gli ospiti e i tavolini carichi di reperti che Howard Carver, il padre di Beverly, aveva raccolto in tutto il mondo: dalle tombe egiziane, dalle hawitte delle Maldive, dalle rovine di Baalbek e Biblos. Gli invitati, notò Beverly, cominciavano a essere impazienti. Fra poco neanche i rinfreschi sarebbero bastati per tenerli buoni.

Fu in quell'istante che, accompagnato da un brusio compiaciuto, fece il suo ingresso un uomo sulla quarantina, biondo, con il viso ben abbronzato ma non certo da una lampada a raggi UVA. Non lo si poteva certo definire "bello" - il suo naso aquilino era piuttosto pronunciato, e la fronte era solcata da parecchie rughe - ma possedeva una buona dose di quell'impalpabile qualità che comunemente viene chiamata "fascino". Al contrario degli altri invitati, il nuovo venuto non indossava l'abito scuro, ma una giacca sportiva un po' stazzonata; alcune ospiti gli sorrisero, ma lui sembrò non rendersene assolutamente conto, quasi fosse disturbato da un pensiero molesto.

Due passi più indietro si profilava imponente la sagoma massiccia di un uomo (ma era proprio un uomo?) in perfetta tenuta da cerimonia. L'essere incedeva con il corpo leggermente piegato in avanti; sotto la sua fronte bassa e sfuggente, in gran parte coperta da una folta massa di capelli neri come l'ebano, brillavano due piccoli occhi dall'espressione divertita, che denotavano un'intelligenza vivacissima, anche se totalmente "diversa" da quella dell'uomo del ventesimo secolo.

 

- Martin! Cominciavo a temere che non arrivassi più, - esclamò Beverly che si era precipitata ad accogliere l'insolita coppia. - E anche tu, Java... Quanti anni sono che non ci vediamo? L'uomo che qualcuno aveva definito "di Neanderthal" indicò una guancia, e la avvicinò alle labbra della ragazza emettendo qualcosa di simile a un sommesso grugnito; non era in grado di parlare, eppure, con pochi suoni inarticolati e una gestualità degna di un napoletano, riusciva a farsi intendere perfettamente. Beverly sorrise, e si affrettò a schioccargli un grosso bacio.

- Io... devi scusarmi, Beverly - esordì Martin Mystère. - Non mi ero accordo che si era fatto tardi, e sono uscito di corsa. Non ho fatto neppure in tempo a infilarmi lo smoking, e adesso non solo mi sento esposto al pubblico ludibrio, ma ho una gran paura di farti sfigurare...

- Sfigurare? Ma neppure per sogno! - ribattè Beverly. - Oltretutto sei un personaggio famoso, e puoi permetterti di vestirti come ti pare. Anzi, queste mummie imbacuccate di blu lo considereranno un gesto coraggiosamente anticonformista...

E poi, ammiccando: - Cosa dovevi consegnare, stavolta? - aggiunse.

- Uhm... - Mystère pareva vagamente imbarazzato. - Un articolo per il National Geographic. Be', non era proprio in ritardo...proprio in ritardissimo voglio dire. Soltanto di un mese e mezzo, forse due... Insomma, ormai avevo esaurito tutte le scuse, e ho proprio dovuto scriverlo. L'ho finito esattamente dodici minuti fa.

- "Non fare mai oggi ciò che puoi rimandare a domani", questo è sempre stato il tuo motto - sorrise Beverly.

- Qui che ti sbagli! - ribadì Martin - Il mio motto è "Non fare mai oggi quello che puoi far fare a qualcun altro domani", solo che non trovo mai il qualcun altro. Ti ho già detto che sei splendida, Beverly?...

- Mi pare di sì...Dev'essere stato il 18 Luglio 1987; se vuoi vado a controllare sul mio diario. Un complimento da parte di Martin Mystère, il caro, vecchio amico di famiglia, è un avvenimento degno di essere riportato negli annali...

Un cameriere si avvicinò con un vassoio carico di bicchieri e Martin ne porse uno alla ragazza.

- Alla nostra, mio caro "Detective dell'Impossibile"- brindò Beverly toccando la coppa di Martin. - Scommetto che stai morendo dalla voglia di sapere perché mio padre ha indetto questa conferenza stampa.

- Infatti. L'invito che ho ricevuto era piuttosto laconico, perfettamente in stile con il suo carattere: "Avrò il piacere di annunciarvi un'importante ritrovamento archeologico". Il fatto che Howard abbia utilizzato un aggettivo come "importante" e abbia invitato queste folle oceaniche nel suo museo personale mi fa pensare che si tratti di una scoperta in grado di sovvertire l'intera storia dell'umanità...

- Già. E' riuscito a stupire anche me. Il solo pensiero che sguardi profani possano posarsi sui suoi adorati reperti lo manda su tutte le furie. Eppure guarda: questa stanza sembra il salone dei congressi delle Nazioni Unite...

Per un istante Martin pensò al suo piccolo appartamento a Manhattan, subito al di là del ponte di Brooklyn. Pur avendo un carattere completamente opposto a quello di Carver - era affabile, amante della compagnia, buon conversatore (alcuni dicevano "un terribile chiacchierone") - anche lui considerava la sua casa al numero 3 di Wahington Mews come un rifugio inviolabile, dove solo pochi intimi avevano il diritto di mettere piede.

- E comunque - continuò Beverly - anch'io so ben poco di questa faccenda. Tutto quello che posso dirti é che papà ha trovato in qualche angolo dello Yucatan una sfera di un materiale simile a cristallo che lui ha definito "antichissima". Io l'ho vista di sfuggita: ha una superficie incredibilmente levigata ed è di forma perfettamente regolare...

- Hai idea di cosa servisse? - domandò Mystére immediatamente incuriosito. Beverly scosse la testa. - No. Credo che sia proprio quello che papà intende comunicare questa sera. Secondo lui, nasconde un segreto decisamente più sbalorditivo. Naturalmente non ha voluto rivelarlo neanche a me. - Fece una smorfia. - Sai com'é, quando decide di fare il misterioso.

- Lo so, lo so. - Mystére carrellò con lo sguardo lungo la sala. Davanti al tavolo dei rinfreschi Java ingurgitava una tartina dietro l'altra, osservato con curiosità da diversi invitati e assolutamente indifferente ai loro commenti.

- Non capisco perché papà ci metta tanto - commentò Beverly posando il bicchiere vuoto su un tavolino vicino. - La conferenza era per le otto. - Gettò un'occhiata all'orologio. - Ormai dovrebbe essere qui. Ah, ecco che arriva James.

 

Un domestico stava facendosi largo tra gli invitati, senza preoccuparsi troppo se inavvertitamente ne urtava qualcuno; poi si accostò a Beverly per sussurrarle qualcosa, e nonostante parlasse a bassa voce, Martin riuscì ugualmente a udirlo.

- Vostro padre...Dovete salire subito, signorina. Adesso c'é il dottor Jansen con lui, ma il signor Carver non accenna a riprendersi.

La ragazza impallidì. - Cos'é successo? Sta male? E' grave?

- Non so...L'ho trovato disteso a terra, vicino alla... - tentò di rispondere il domestico. Ma Beverly non ascoltava neppure: stava già salendo al piano superiore dove era situato lo studio del padre, seguita dagli sguardi sorpresi di chi si era accorto della sua fuga precipitosa. Il cameriere era rimasto interdetto come se avesse avuto ancora qualcosa da dire e non ne avesse avuto il tempo.

- Cos'altro è accaduto? - domandò Mystère.

James esitò un momento, poi si decise: - La sfera che il signor Carver ha trovato nello Yucatan. Non é più nella cassaforte. E' scomparsa.

 

Howard Carver, l'archeologo, giaceva privo di conoscenza sul divano del suo studio. Pallidissimo in volto, sembrava che il sangue gli fosse stato prosciugato fino all'ultima goccia. Beverly e Mystère osservavano silenziosi il medico intento ad auscultarlo. Java li aveva raggiunti, rispondendo a un impercettibile segno dell'amico.

Terminato l'esame, Jansen si raddrizzò strofinandosi nervosamente la barba brizzolata.

- Se devo essere sincero, non so cosa dirvi. Non dà segni di vita, ma il suo cuore batte, anche se molto debolmente. Non si tratta di un infarto o di un ictus, come avevo pensato quando l'ho visto. Sembrebbe piuttosto in stato di coma...

- Coma? - si stupì Martin, mentre Beverly si chinava sul corpo del padre. - Ma... Si può cadere in coma da un momento all'altro, così, senza nessuna ragione? Il medico allargò le braccia. - Purtroppo non posso esprimere alcun parere prima di una visita accurata. Chiamate un'ambulanza: dobbiamo portarlo all'ospedale il più in fretta possibile.

Beverly si precipitò al telefono; Jansen rimase solo con Martin e Java. Per più di vent'anni il medico aveva esercitato a Nuova Dehli: era proprio in quella città che lui e Carver si erano conosciuti. Dopo aver esitato qualche istante, come se fosse indeciso sull'opportunità di parlare, Jansen mormorò:

- In India ho visto sintomi apparentemente simili a quelli che ho constatato in Howard, signor Mystère. Ma, allora, i pazienti erano molto particolari. Si trattava di fachiri in stato di catalessi

Mentre il medico esprimeva a Mystère le sue perplessità, Java non aveva smesso neppure per un attimo di perlustrare con lo sguardo lo studio di Carver. Chi l'avesse osservato in quegli istanti, non avrebbe saputo trattenere un brivido di inquietudine: il suo volto, solitamente sereno, sembrava ora la maschera di un animale selvaggio; i suoi occhi sprigionavano una sorta di magnetismo ferino; pareva che tutto il suo essere, perso ogni tratto di umanità, fosse d'improvviso entrato in sintonia con le forze stesse della natura. Per lunghi minuti Java si mosse lungo la stanza inquieto e silenzioso, percorrendo e ripercorrendo una sorta di sentiero invisibile e contorto che lui solo sembrava poter vedere. Poi, d'improvviso, si fermò, ed emise un lungo, lugubre ululato.

 

- Allora è vero! - commentò Jansen, che aveva assistito a tutta la scena senza pronunciare una sola parola. - Il vostro amico non è un uomo come noi.... Dio del cielo, Mystère...Chi è? Cos'è?

- Java è un uomo, dottore. Un uomo a tutti gli effetti, capace di pensare, di amare, di odiare, di divertirsi, di soffrire, di discernere tra il bene e il male... e che in più possiede qualcosa che la nostra razza ha perduto ormai da millenni...

Guardatelo, dottor Jansen - continuò - Ha sentito una traccia. E uso il termine "sentito" perchè non ne esiste un altro più idoneo: non l'ha fiutata, non l'ha vista... Ma ora lui sa che cosa è successo qui dentro.

 

Per un attimo Jansen sembrò aver dimenticato lo sfortunato Carver, che non accennava a riprendersi. Nella sua lunga permanenza in India, l'anziano medico aveva incontrato ogni sorta di personaggio - fachiri, asceti, santoni in grado di compiere apparenti miracoli - ma quell'essere (era davero un uomo di Neanderthal come si diceva in giro?) li superava tutti.

- Ditemi del vostro amico, Mystère... Ne esistono altri come lui? Da dove viene?...

 

Per un brevissimo istante nella mente di Mystère l'immagine di Java si associò con quella del volto diabolico di un uomo. Era circondato dai corpi senza vita di decine di uomini di Neanderthal, e stringeva. in pugno un'arma dalla foggia inusitata con cui seminava la morte. Sogghignava, come se quell'orribile spettacolo lo divertisse; nell'aria ristagnava un insopportabile fetore di carne bruciata.

Martin si sforzò per cancellare la scena dai suoi pensieri, e si chiese se prima o poi sarebbe riuscito a dimenticarla. - Non ora, dottor Jansen - rispose. - Forse in un'altra circostanza. Adesso non c'è tempo da perdere.

Java, che aveva ripreso la sua consueta espressione gioviale, stava infatti gesticolando freneticamente in "Amerslan", il linguaggio americano per i sordomuti.

- Qualcuno è penetrato dalla finestra, ha aperto la cassaforte ed è disceso con la sfera - "tradusse" Mystère. - La traccia è fresca, e forse Java è ancora in grado di raggiungerlo.

 

Il pilota dell'ambulanza che si era appena fermata presso lil portone dell'elegante "Mansion" non potè fare a meno di notare due individui che ne uscivano in corsa affannata. Uno era biondo con il naso aquilino; l'altro - l'avrebbe giurato - era un gorilla vestito da uomo.

 

Capitolo 2

L'ARMA A RAGGI

Brooklyn, il più grande dei boroughs ("municipalità") da cui è formata New York, è a sua volta suddiviso in un gran numero di quartieri che presentano sorprendenti contrasti: basta spostarsi di un isolato o, addirittura, attraversare una strada, per ritrovarsi d'improvviso in un ambiente radicalmente diverso. Nella lussuosa e panoramica zona degli Heights le eleganti palazzine affacciate sul fiumeHudson offrono ai loro facoltosi abitanti un'impagabile vista di Manhattan, e nulla lascia pensare che solo a qualche centinaio di metri in direzione sud-ovest, sotto l'intrico di strade e ferrovie sopraelevate del Fulton Mall, si trovi una vera e propria città fantasma. Gli edifici fatiscenti giacciono abbandonati ormai da decenni in attesa di essere abbattuti e ricostruiti; mattoni o robuste assi sbarrano le finestre per impedire l'ingresso a una vasta umanità di diseredati, di spacciatori, di teppisti o di semplici "balordi" che frequenta giorno e notte le vie sporche e maleodoranti che le circondano.

Abituati com'erano a incontrarvi ogni sorta di umana aberrazione, i pochi automobilisti che, a quell'ora ormai tarda, si azzardavano ad attraversare il quartiere non notarono neppure una coppia stranamente assortita che si spostava a piedi senza curarsi dei frequenti capannelli di personaggi dall'aspetto inquietante. L'individuo che faceva strada era di corportatura massiccia; a tratti avanzava quasi di corsa, per poi fermarsi a fiutare l'aria come un segugio, mentre i suoi occhi frugavano negli angoli più bui quasi potessero cogliere tracce invisibili a qualsiasi altro essere umano. L'altro lo seguiva a qualche metro di distanza, lasciando che fosse il primo a scegliere in che direzione muoversi: la sua presenza era discreta, come se temesse di influenzare le decisioni del compagno.

 

Mentre Martin Mystère e Java erano impegnati in quell'incredibile battuta di caccia, a qualche isolato di distanza un uomo sulla trentina, con i baffi sottili neri come l'ebano e i capelli lucidi di brillantina, stava parcheggiando la moto di fronte al "Crazy Hole", un locale dalla reputazione non certo cristallina la cui porta d'ingresso (e non solo quella) aveva bisogno di una radicale ripulitura. Sugli alti sgabelli allineati lungo il bancone numerosi clienti dall'aria quantomeno poco raccomandabile sedevano bevendo birra e whisky di pessima qualità, e commentavano sghignazzando le fasi di un incontro di wrestling trasmesso da un televisore mal sintonizzato. Il nuovo arrivato, un portoricano di nome Tony Agreda, era più noto con il nomignolo di Manitas de plata, "Mani d'argento", per l'abilità quasi chirurgica con cui riusciva ad aprire le altrui cassaforti. Molti avventori lo salutarono con il rispetto dovuto a un "professionista"; Agreda, che portava con sè un'ingombrante sacca, contraccambiò i saluti e puntò direttamente verso i tavoli sul fondo del locale. Era là che sedeva il misterioso committente che l'aveva incaricato del furto: un vecchio indio dal volto incartapecorito e l'espressione impenetrabile, avvolto in un poncho dai vivaci colori. L'aspetto e l'abbigliamento dell'indio stridevano con quello degli altri frequentatori del "Crazy Hole", eppure - per qualche imperscrutabile ragione - nessuno aveva azzardato il benchè minimo commento.

 

Agreda gli si rivolse in spagnolo, la lingua che parlava abitualmente con i molti connazionali che abitavano nel quartiere, e che l'indio sembrava comprendere meglio dell'inglese. - Aqui esta! - disse appoggiando la sacca sul tavolino.

L'indio non cambiò di espressione, nè si prese la briga di esaminare l'involto, come se in qualche modo ne avesse già controllato il contenuto. Una mano avvizzita uscì da sotto il poncho e posò sul tavolo cinque banconote da cento dollari.

Tony raccolse il denaro e lo ficcò rapidamente in tasca. - Bene... Adesso mettine qui altri cinque. Ho l'impressione che quell'aggeggio valga molto di più di quanto mi hai promesso.

L'indio aprì bocca per la prima volta. - L'accordo era per cinquecento. Prendili e vattene - disse in spagnolo. E poi, con una voce pacata che riusciva egualmente a mettere i brividi: - Sarà meglio per te.

- Meglio per me? Non farmi ridere, nonno...- "Manitas" indicò gli altri avventori del bar. - Li vedi? Sono tutti amici miei...E se vuoi uscirtene di qui tutto intero e con questa maledetta sfera, ti conviene scucire altri cinque bigliettoni. Altrimenti troverò un altro compratore. Magari quel tipo a cui me l'hai fatta rubare...

Così dicendo, allungò la mano verso la sacca, scoprendo l'oggetto che essa conteneva. Era una sfera trasparente, poco più grande di un pallone da basket, di un materiale simile al vetro; la sua superficie era incredibilmente levigata. Non aveva un vero e proprio colore, tuttavia al suo interno pareva brillare (ma forse il termine esatto era "pulsare") una luminosità azzurrognola. In qualche modo l'oggetto sembrava vivere di una vita propria.

 

L'indio compì un'impercettibile gesto... e, d'improvviso, la massa traslucida della sfera sembrò animarsi. Era solo un'impressione o quella che prima sembrava soltanto una luminosità stava assumendo una forma precisa? Era solo un impressione, o un suono vagamente simile al cadenzato battere di un tamburo (o si trattava di un cuore umano?) si faceva sempre più intenso, fino a raggiungere un volume insostenibile? Era un'impressione, o i muri stessi del locale si stavano trasformando in qualcosa di vivo e di viscido, nei giganteschi visceri di un animale, o - Tony Agreda ne ebbe la certezza - nell'interno dei suoi stessi visceri?

"Manitas" cominciò a urlare quando la lingua biforcuta di Quetzalcoatl (2 gli percorse lubricamente il viso. E le sue urla persero di ogni umanità quando le spire del mostruoso Serpente Piumato presero a trascinarlo verso il basso...Verso una fornace infuocata brulicante di demoni, in cui lo scassinatore vide battere - staccato dal corpo, grondante di sangue - il proprio cuore!

Mentre Agreda gridava tutto il suo orrore, il vecchio indio si alzò con estrema lentezza, come se ogni movimento gli costasse un enorme sforzo, raccolse la sacca, poi uscì con passo strascicato. Nessuno tentò di fermarlo.

 

Imprigionato nel suo inferno personale, "Manitas" continuava a dibattersi, e, malgrado gli astanti cercassero con ogni mezzo di calmarlo, le sue urla non accennavano a diminuire. Echeggiavano anche all'esterno del "Crazy Hole" quando Martin Mystére e Java raggiunsero il locale.

- Sta succedendo qualcosa! Credo proprio che tu ci abbia azzeccato, vecchio mio! - si complimentò il "Detective dell'Impossibile", e Java lanciò un lungo mugolio soddisfatto che sembrava significare "Perchè, ne dubitavi?". Erano ormai molti anni che Java e Mystère lavoravano insieme, eppure quest'ultimo non riusciva ancora a non stupirsi per gli incredibili poteri dell'amico.

Entrarono. Tony Agreda, con gli occhi stralunati e la bava alla bocca stava in piedi sul bancone e roteava una sedia, cercando di abbattere invisibili mostri; gli altri avventori, rinunciato a ogni tentativo di calmarlo, si tenevano a debita distanza. Tony non sembrava accorgersi di loro; i suoi occhi erano fissi sulle mostruosità oscene che la sua stessa mente aveva generato e che nessun altro all'infuori di lui poteva vedere.

Quando Martin Mystére e Java fecero il loro ingresso, d'improvviso qualcosa sembrò scattare nella mente del portoricano. Per un istante si arrestò, immobile, con la sedia levata sopra la testa; poi, dopo aver emesso un urlo di selvaggio furore, la scagliò contro loro. Per qualche via misteriosa, era riuscito a identificarli come avversari, forse addirittura a collegarli agli orrori che quella sfera aveva scatenato.

Martin si buttò di lato, evitando la sedia di stretta misura. Un coltello a serramanico scattò, e Agreda si precipitò avanti a capo chino. Benchè fosse ancora sbilanciato, il "Detective dell'impossibile" riuscì a piroettare di quel tanto che bastava per scansare la lama; poi colpì l'assalitore con un poderoso calcio al mento. Mentre il portoricano si afflosciava a terra, un borbottio dell'uomo primitivo richiamò l'attenzione di Mystère. Un altro cliente stava per prenderlo alle spalle, e lo stesso Java era impegnato a liberarsi da un paio di energumeni che avevano avuto la cattiva idea di misurarsi con lui. Mystère riuscì a rintuzzare l'attacco del suo avversario, e ad affiancarsi all'amico.

 

- Hai fatto male a venire qui - sibilò minaccioso uno degli avventori.

- Già. Proprio male - aggiunse un secondo. Ai frequentatori del "Crazy Hole" non parve vero poter scaricare i nervi dopo le emozioni della serata; il fatto che mettersi in quindici contro due non fosse molto leale non pareva turbarli minimamente. Cominciarono a farsi sotto; qualcuno si infilò un "pugno di ferro", altri estrassero i coltelli. Java, per nulla impressionato, emise un minaccioso ruggito e fece per lanciarsi avanti, ma Mystère lo fermò: - Lascia perdere, vecchio mio. Non perdiamo tempo.

 

Il calcio infertogli da Mystère aveva evidentemente costituito per Tony Agreda una specie di toccasana.Il portoricano cominciò ad alzarsi faticosamente, massaggiandosi il mento; anche se ora gli sembrava di vedere ogni cosa attraverso una nebbia fitta e dolorosa, le orribili visioni erano scomparse.

La prima cosa che "Manitas" notò fu un oggetto tra le mani dell'uomo che l'aveva abbattuto. Assomigliava a una pistola; o meglio, a una di quelle pistole giocattolo ispirate alle armi degli eroi dei film di fantascienza.

- E quella dove l'hai presa? L'hai rubata a "Guerre stellari"? - ghignò uno dei teppisti scagliandosi contro Mystère.

Dalla sottile canna dell'arma scaturirono, silenziosi e in rapida successione, una serie di lampi verdognoli. L'uomo, colpito in pieno, si arrestò di colpo; la sua espressione mutò solo impercettibilmente, come in un lieve trasalimento; un istante dopo cadde di schianto, paralizzato nella sua posa d'attacco, con il "pugno di ferro" ancora levato per colpire. Altri due assalitori subirono lo stesso trattamento. I teppisti, spaventati, cominciarono ad arretrare.

- Cosa gli hai fatto? - gridò uno di loro - Cosa gli hai fatto? Li hai ammazzati, bastardo, li hai ammazzati!

 

Mystère non rispose e Java indicò ringhiando Agreda, il quale non era più tanto sicuro che riprendere conoscenza proprio in quel momento fosse stata una buona idea. - E' quello? Okay, Java, occupati di lui. Ho proprio voglia di fare quattro chiacchiere.

Tenendo sempre gli astanti sotto mira, il "Detective dell'Impossibile" e Java, che tratteneva il portoricano in una stretta d'acciaio, superarono la porta senza che nessuno tentasse una reazione.

Appena giunti a distanza di sicurezza, al riparo nell'androne di una casa semidistrutta, Mystère puntò l'arma contro Agreda, sempre più terrorizzato. - Hai visto cos'è successo ai tuoi amichetti. - sibilò minaccioso. - Ti conviene parlare in fretta, e senza dire bugie.

L'uomo non si fece pregare; quando ebbe raccontato tutto e risposto a ogni domanda, Java allentò la presa, e Agreda si dileguò con una velocità assolutamente sorprendente.

- Ora conviene seguire il suo esempio e filarcela - disse Mystère - Tra qualche minuto quei tre che ho colpito si riprenderanno... E quando i loro poco gradevoli amici si renderanno conto che il raggio non uccide ma si limita a paralizzare, credo che sarà bene essere già lontani...

 

Il "Detective dell'Impossibile" risistemò l'arma in tasca. Di solito non la portava con sè, eppure, quella sera, malgrado la fretta, aveva deciso di toglierla dal nascondiglio in cui la custodiva gelosamente e infilarla nella giacca. Un presentimento? Forse. Martin si era abituato a seguire l'istinto, soprattutto per quanto riguardava quello straordinario oggetto. Quell'arma era dettagliatamente descritta nel Ramayana, il grande poema epico degli indù. Il poeta Valmiki, che l'aveva composto, la chiamava Murchchdana, e ne conosceva perfettamente il potere. Ma neppure il poeta Valmiki, che era vissuto duemilacinquecento anni fa, l'aveva mai potuta vedere: l'arma era molto più antica, e Valmiki ne aveva sentito parlare soltanto dalle leggende. Ora quell'oggetto assolutamente unico si trovava nelle mani di Mystère.

 

No. Non era unico. Martin rabbrividì per un istante. Sapeva che ne esisteva un'altra, identica d'aspetto ma molto più potente, e sapeva anche a chi apparteneva. Rivide le immagini della spaventosa carneficina. Sentì di nuovo quell'orribile odore di morte.

Aveva visto con i suoi occhi l'uomo dal volto ghignante morire tra le fiamme... Eppure, ogni volta che pensava a lui, provava un vago senso di inquietudine. Come se temesse che...

 

Un taxi sfrecciò miracolosamente lungo la strada deserta; altrettanto miracolosamente Martin riuscì ad attrarre l'attenzione dell'autista con un gesto della mano.

 

Capitolo 3

DOPPIO RAPIMENTO

 

Mystère diede una rapida scorsa al testo che scorreva sullo schermo del computer.

 

Come Java ed io avevamo sospettato, il furto nella villa di Carver era stato eseguito su commissione. Tony Agreda ha confessato infatti che un indio "più vecchio dei Matusalemme" l'aveva pagato per sottrarre la sfera, e gli aveva consegnato "un tampone imbevuto in una strana sostanza" da premere sul volto del padre di Beverly per metterlo fuori combattimento.

 

Martin abbandono per un attimo la tastiera del "Macintosh" per riflettere sulla frase successiva; scrivere lo obbligava a riordinare le idee, e lo aiutava a prendere decisioni logiche. Da molto tempo utilizzava un computer anzichè una macchina per scrivere: vi annotava i resoconti delle sue esplorazioni, vi scriveva (invariabilmente all'ultimo istante) i suoi fortunati volumi di divulgazione scientifica, vi catalogava una vasta serie di informazioni di ogni genere. In poco più di dieci anni aveva accumulato un enorme archivio elettronico, da cui poteva attingere con grande rapidità grazie a un sofisticato programma di ricerca. Non solo: anche se ne conosceva perfettamente il funzionamento, il computer riusciva ancora a stupirlo e a divertirlo, come se si trattasse di una macchina magica e miracolosa; non si contavano le ore che aveva sacrificato al sonno per inventare programmi assolutamente privi di qualunque utilità pratica, come quello che gli sussurrava con una suadente voce femminile "Hello, Marty, tesoro" ogni volta che accendeva l'apparecchio.

Accese una sigaretta ("l'ultima della giornata", come sempre si riprometteva) e riprese a battere velocemente sui tasti.

 

Sono quasi certo che la sfera appartenesse a quell'indio o alla sua tribù, e che essa costituisse per lui qualcosa di ben più importante di un semplice reperto archeologico. In tal caso la misteriosa catalessi in cui si trova Carver è certamente una punizione per aver commesso un furto sacrilego. Purtroppo ho la netta impressione che la nostra medicina non possa fare nulla per lui, e che l'unica persona in grado di strapparlo da quel coma irreversibile sia lo stesso indio che ve l'ha sprofondato. Ritengo dunque

 

Mystère spense con stizza la sigaretta, pensando che sarebbe stata l'ultima della giornata.

 

Ritengo dunque che l'unica speranza di salvare Carver sia quella di ripercorrere le sue orme e cercare di scoprire cos'è accaduto nello Yucatan.

 

Martin riaccese la sigaretta appena spenta, che continuava a emettere un esile filo di fumo.

 

Beverly è riuscita a rintracciare un componente della spedizione di Carver: è un archeologo messicano, si chiama Juan Carrillo, e lo ha accompagnato fino a poco prima del ritrovamento della sfera, quando è stato costretto a fermarsi per un attacco di febbre.

Per questo ho deciso di agire subito. Domani lo raggiungerò con Beverly a Città del Messico per avere altre informazioni.

 

Diede un'ultima scorsa al testo, poi "salvò" il documento e spense il computer. Nelle situazioni di emergenza Mystère sapeva agire con rapidità, efficienza e decisione. Insomma, tutto al contrario del suo motto "Non fare oggi ciò che un altro può fare domani".

 

***

L'impressione che si ha atterrando a Città del Messico è che il pilota abbia sbagliato rotta o che, impazzito, abbia deciso di scendere al centro dell'abitato. L'aeroporto, edificato a suo tempo in piena campagna, è stato ora completamente inghiottito dalla megalopoli, una delle città più vaste e popolate del mondo, in continua e frenetica espansione. Un agglomerato costituito da migliaia e migliaia di misere baracche costruite abusivamente dai cosiddetti paracaidistas (i "paracadutisti, ovvero gli immigrati che "si paracadutano" in città in cerca di fortuna), si estende a perdita d'occhio intorno all'aerostazone, fino a raggiungere i confini "veri" della città, a molti chilometri di distanza. L'altitudine che taglia il respiro, il traffico incredibilmente caotico e la nube di smog che gravita in pianta stabile sull'altipiano di Anhuac rendono l'impatto con la capitale degli Estados Unidos de Mexico particolarmente sgradevole; solo dopo aver superato questi primi momenti, la città rivela tutto il fascino delle "Tre culture" che hanno contribuito al suo sviluppo: quella azteca, quella spagnola e quella del Messico del ventesimo secolo.

Ma, in quella particolare circostanza, nè Martin, nà Java, nè Beverly erano ansiosi di visitarla: una volta sbarcati e superate le formalità doganali, i tre si infilarono su un taxi, e, dopo una complessa trattativa sul prezzo della corsa (una sorta di cerimoniale inevitabile a Città del Messico), si diressero all'abitazione di Carrillo. L'archeologo viveva in una villa in stile coloniale nella "Zona Rosa", il quartiere elegante della città. Quando Martin suonò, la porta venne sorprendentemente aperta da un uomo in divisa. Mystère identificò subito l'uniforme della "Gendarmeria", la polizia locale, e non riuscì a evitare una sensazione di disagio.

- Veniamo da New York - disse. Abbiamo un appuntamento con il professore.

Il poliziotto rimase un attimo incerto, poi si scostò per farli entrare, fece loro segno di attendere e si infilò dentro una porta.

 

Nessuno si era accorto della presenza di un uomo che leggeva un giornale (o almeno fingeva di leggerlo) seduto su una panchina sul lato opposto della strada. L'uomo si chiamava Manuel Ramos, ed era un malavitoso di mezza tacca che si prestava a ogni genere di "lavoretti" poco puliti. Non appena i tre furono entrati in casa dell'archeologo, si affrettò a piegare il giornale mormorando tra sé:

- Nuovi arrivi in vista. Sarà meglio avvertire El Jefe.

 

Il poliziotto che aveva accolto Mystère ritornò dopo qualche istante con un altro uomo in divisa.

- Sono il capitano Juarez, signori - disse questi senza altri preamboli. - Scusate se vi accolgo un po' bruscamente, ma sono costretto a rivolgervi alcune domande: vi prego di accomodarvi nello studio.

- Domande? - si irritò subito Beverly. - Che genere di domande? Dov'è il professor Carrillo?

- Mi piacerebbe proprio potervi rispondere - replicò il capitano con espressione severa. - Il professor Carrillo è stato rapito ieri notte. E quindi, por favor, vorrei sapere perchè intendevate vederlo.

 

Mystère cominciò a raccontare quanto era successo senza omettere alcun particolare; Juarez lo ascoltava con attenzione, ed era difficile comprendere se credesse o meno alle sue parole.

- E questo è tutto - concluse alla fine Martin - Intendevamo scoprire dove si fosse recato di preciso Carver, perché ritengo là si trovi il bandolo della matassa. Speravo di riuscire a trovare un antidoto, un medicinale, qualcosa insomma che fosse in grado di riportare il mio amico alla normalità. Per questo ho chiesto la collaborazione di Carrillo: volevo semplicemente che ci facesse da guida.

Mentre parlava, Mystère si era alzato come per sgranchirsi le gambe e si era fermato davanti a una carta geografica del Messico. Un cerchio, tracciato con un pennarello rosso, indicava la zona di Dzibichaltun, nello Yucatan. Con aria noncurante, il "Detective dell'Impossibile" tornò a sedersi. Al novantanove per cento - riflettè - quel cerchio indicava l'area focale della spedizione.

 

Manuel Ramos stava componendo un numero telefonico da una vicina cabina. Il pensiero di sentire di nuovo la voce di El Jefe, "il capo", gli metteva i brividi. Lo aveva visto solo una volta, la sera prima, quando questi lo aveva fatto convocare in una stanza di un piccolo albergo "discreto" non lontano da Plaza Garibaldi e lo aveva incaricato di tenere d'occhio la casa di Carrillo: sapeva, evidentemente, che quella notte stessa l'archeologo sarebbe stato rapito. El Jefe parlava lo spagnolo perfettamente, ma con un'inflessione straniera e una voce lievemente metallica; la stanza era fiocamente illuminata, e Manuel non era riuscito a vederlo in volto, sia per l'oscurità, sia perchè qualcosa (una sciarpa? una maschera?) copriva i suoi lineamente. E in più Manuel avrebbe giurato che dove avrebbe dovuto trovarsi la mano destra dell'uomo ci fosse invece qualcosa di metallico; ma forse si trattava soltanto del luccichio di un anello.

Quando El Jefe rispose, Manuel gli descrisse il terzetto, soffermandosi soprattutto su Java. L'uomo all'altro capo del filo ammutolì d'improvviso, quasi avesse riconosciuto qualcuno, e abbassò il ricevitore con una sommessa imprecazione.

 

Neppure la musica dei Mariachi, i tipici suonatori dall'ampio sombrero, era riuscita ad animare la serata che i tre amici avevano trascorso dopo che il lungo interrogatorio si era concluso con un nulla di fatto e tanti ringraziamenti per la gentile collaborazione. In altri momenti Martin avrebbe fatto una corte blanda ma serrata alla bella Beverly, producendosi in un fuoco di fila di piropos, le frasette galanti con cui i Messicani apostrofano le belle señoritas, ma quella sera aleggiava un'atmosfera di sottile apprensione, di oscuri timori. Chi aveva rapito Carrillo? Forse qualcun altro che intendeva farsi guidare sul luogo raggiunto da Carver? Martin sbuffò e alzò le spalle, come per cacciare quei pensieri molesti. Era decisamente un ottimista, e sapeva che dopo una buona dormita avrebbe cominciato a vedere le cose sotto un'altra luce,

 

Quella notte, in albergo - il bel "Ciudad de Mexico", nei pressi della Cattedrale - Beverly fu svegliata d'improvviso da un battito alla porta. - E' un telegramma di vostro padre, señorita... C'è scritto di recapitarvelo immediatamente - la informò la voce di una cameriera.

La ragazza non si domandò neppure come mai suo padre - visto che evidentemente aveva ripreso conoscenza - non le avesse telefonato anzichè telegrafarle. Aprì la porta, agitata, e un paio di robuste braccia maschili l'avvinghiarono, mentre la donna che si era spacciata per cameriera le premeva un batuffolo imbevuto di cloroformio sul viso. Nel giro di cinque minuti, Beverly fu trasporta fuori dall'albergo attraverso una scala di servizio; sul comodino venne lasciato un messaggio:

 

Caro "Detective dell'Impossibile",

se vuoi rivedere vivi il caro Carrillo e la bella Beverly ti consiglio di non avvertire la gendarmeria e tornartene a New York con il primo volo.

Per ora i tuoi amici sono al sicuro...ma nella foresta basta poco per sparire senza lasciare traccia.

 

Capitolo 4

NELLA FORESTA DELLO YUCATAN

 

Il "Piper" si posò delicatamente sul manto erboso di una piccola radura. Rullò per qualche metro, poi si arrestò, proprio mentre quella pista di fortuna si interrompeva contro una fitta barriera di alberi.

- Questo è il punto più vicino alla zona di Dzibichaltun in cui è possibile atterrare - comunicò il pilota ai passeggeri. - Più avanti la vegetazione è troppo fitta: non ce la farebbe neppure un elicottero.

Martin Mystère scese agilmente dal piccolo velivolo e Java gli gettò due zaini, prima di scendere a sua volta. Il minaccioso biglietto ritrovato nella stanza di Beverly faceva chiaramente intendere che i rapitori si sarebbero spinti nella foresta, e questo aveva indotto il "Detective dell'Impossibile" a tentare un disperato inseguimento.

- Siete a circa due giorni di marcia dalla vostra destinazione - continuò il pilota sporgendo la testa dal finestrino mentre faceva riprendere i giri del motore. - Fate attenzione: pare che nella zona si trovino tribù di Indios bravos non troppo amichevoli con gli estranei. Io tornerò tra una settimana esatta... E se non vi presenterete all'appuntamento, non vi starò ad aspettare!

L'aereo avanzò per un paio di metri, poi compì una rapida inversione e dopo una breve corsa si innalzò sfiorando la cima degli alberi al di là della corta radura. Un istante dopo era sparito.

 

Mystère si issò il sacco in spalla, imitato da Java. - Spero solo che chi ci teneva d'occhio a Città del Messico abbia bevuto la nostra messa in scena - borbottò.

Con un grugnito, l'uomo primitivo confermò che anche lui lo sperava. I misteriosi nemici erano ben informati: sapevano della scoperta di Carver, del furto della sfera, dell'arrivo in Messico di Martin e dei suoi amici, ed erano stati in grado di compiere un rapimento in un hotel centrale, quasi sotto gli occhi dei portieri notturni. Doveva trattarsi dunque di una banda organizzata, potente e con molte ramificazioni; per far credere loro che cedeva al ricatto, Mystère aveva quindi dovuto elaborare un piano meticoloso. Non aveva avvertito la polizia, come consigliava il messaggio, aveva acquistato due biglietti per New York, poi si era recato all'aeroporto con Java; insieme si erano presentati al Gate di partenza del volo e avevano atteso l'ultimissima chiamata prima di precipitarsi al terminal dell'AeroMexico da cui decollava il volo per lo Yucatan... con il compiacente aiuto di un inserviente che, dietro un cospicuo compenso in dollari, li aveva fatti passare per un corridoio di servizio in modo che nessuno potesse accorgersi del cambio di destinazione. Tutto questo aveva però richiesto un giorno di preparazione, fornendo ai rapitori un abbondante vantaggio.

 

Martin si guardò intorno e sollevò gli occhi verso il sole per orientarsi.

- E adesso datti da fare, vecchio mio! Sono sicuro che, dopo essersene serviti, quei bastardi hanno intenzione di uccidere Beverly e Carrillo perchè non raccontino in giro cosa è successo. L'unica nostra speranza è riuscire a coglierli di sorpresa...

Java digrignò i denti, e non fu un suono gradevole. - Già, anch'io vorrei fargliela pagare cara - ribattè Mystère. - Ma prima dobbiamo trovarli. Se non altro - aggiunse - ci faranno loro malgrado da guida. Se la fortuna ci assiste, potremo prendere due piccioni con una fava: liberare i nostri amici e scoprire cos'é accaduto a Carver...

 

L'uomo primitivo si concentrò, fiutando l'aria come un animale selvatico. Di nuovo assunse quell'espressione che aveva stupito il dottor Jansen qualche giorno prima. Millenni di istinto animalesco presero istantaneamente il sopravvento sulla sua natura umana; dopo pochi istanti si avviò con sicurezza in una direzione, ma subito si arrestò scuotendo la testa. Per due, tre volte fece una falsa partenza, osservato da Mystère che lo lasciava fare senza disturbarlo.

- Rrghrrrr!

Un ruggito segnalò che questa volta Java aveva trovato la pista giusta. Senza altri indugi, l'uomo primitivo si lanciò nella boscaglia, come un segugio che ha fiutato la preda . Mystère impugnò il machete e si preparò a seguirlo.

 

***

 

In quel momento, in un'altra parte della selva, un gruppo composto da una dozzina di persone si stava aprendo il varco a colpi di machete attraverso quell'intrico di alberi che viene comunemente definito "foresta da un metro" perché le piante sono così fitte che è impossibile vedere oltre quella distanza. Un uomo armato di fucile teneva sotto controllo una ragazza e un anziano signore che - malgrado l'arma puntata su di lui - aveva l'aria di muoversi a suo agio su quel terreno accidentato.

- Maledetti insetti! - brontolò a un certo punto Beverly, perché di lei si trattava, dandosi l'ennesima manata sul volto. - Non ne posso più!

L'altro prigioniero, l'archeologo Carrillo, le passò di nuovo la lozione repellente. - Datevene ancora una passata. Ha un odore disgustoso, ma a qualcosa serve.

Beverly aveva un'espressione rassegnata. - Uhm...Secondo me li attira, invece di respingerli - commentò.

Davanti a loro, uno degli uomini che aprivano il gruppo si fermò d'improvviso e fece un balzo all'indietro. Un serpente multicolare si era sollevato a trenta centimetri d'altezza, soffiando malignamente. Rapido, l'uomo abbassò il machete e lo decapitò con un colpo secco.

 

In quel momento, qualcuno si avvicinò con studiata lentezza, mentre gli altri gli facevano rispettosamente ala. Era un individuo alto e atletico, dall'età indefinibile, il cui aspetto era reso particolarmente sinistro da una maschera di cuoio che gli copriva metà del volto. Il suo unico occhio emanava una luce così malevola che a Beverly venne spontaneo di paragonarlo a quello del rettile che era stato appena ucciso. Lo sguardo di Beverly si spostò sulla mano destra dell'uomo, se "mano" si poteva chiamare l'elaborato artiglio meccanico con cui questi stringeva un lungo bastone. Beverly non aveva mai visto una protesi di quel genere, e aveva la netta impressione che quell'arto nascondesse qualche tenebroso segreto.

 

La mano meccanica si mosse, e l'uomo con la maschera raccolse con il bastone il corpo del serpente. Lo spostò verso il volto di Beverly, che si ritrasse. - Guardatelo bene, Miss Beverly - sibilò con quella voce lievemente metallica che aveva terrorizzato Manuel Ramos - Perché se l'egregio professor Carrillo non farà in fretta a portarci nel punto in cui ha accompagnato vostro padre, potrei decidere di gettarvi in una buca insieme a qualche decina di suoi "colleghi"...

- Voi...Voi non osereste mai... - esclamò Carrillo.

- Io non ci scommetterei, professore - replicò il misterioso personaggio che gli uomini del gruppo chiamavano El Jefe - Comunque se volete provarci, siete liberissimo di farlo...

 

Carrillo riflettè per qualche istante, poi si decise. - Siamo arrivati ormai. - mormorò, sconfitto. - Ho riconosciuto una roccia una ventina di metri più indietro. Se procediamo in questa direzione, tra poco troveremo una piccola radura. E' lì che ho sostato in preda alla febbre. Carver ha proseguito da solo, e il giorno dopo è tornato con la sfera...

L'uomo con la maschera lo scrutò come per scoprire se stesse mentendo. - Mi auguro che non stiate cercando di farmi perdere del tempo nella speranza che qualcuno venga ad aiutarvi. Già, a proposito - aggiunse sogghignando - Avevo dimenticato di dirvelo. I miei uomini a Città del Messico mi hanno comunicato via radio che l'intrepido Martin Mystère è partito per New York con la coda tra le gambe. ..

Beverly non replicò ma a quelle parole si sentì mancare. Fino a quel momento l'aveva sorretta la speranza di veder comparire il suo vecchio amico che sapeva ricco di risorse, ma se anche lui aveva gettato la spugna...

- Sto dicendo la verità - rispose Carrillo. - Se non ci fosse stata la signorina non vi avrei certo condotto fin qui... piuttosto vi avrei fatto perdere nella giungla. Ma non intendo mettere a repentaglio la sua vita.

L'uomo con la maschera strinse le labbra in un sorriso crudele.

- Un saggio e lodevole comportamento. Come vedete, non ho sbagliato quando ho pensato di rapire anche la signorina Carver a mo' di assicurazione personale. Anzi ... di doppia assicurazione - aggiunse. Con un gesto elegante dell'artiglio meccanico indicò loro la strada. - Vogliamo proseguire, signori?

 

Capitolo 5

LA CITTA' SEGRETA

 

Un canto si levò d'improvviso dal fitto della giungla, disperdendosi al di sopra delle chiome degli alberi. Era una sorta di nenia ritmata da rudimentali strumenti a fiato e a percussione, gli unici utilizzati in Sudamerica fino a quando i Conquistadores spagnoli non vi ebbero introdotto gli strumenti a corda europei; le sue note evocavano un passato remoto e sconosciuto, così come remota e sconosciuta era l'origine del popolo che l'aveva composta, la misteriosa civiltà dei Maya. Il canto proveniva dall'interno di un tempio, una costruzione a pianta quadrata posta in cima a una piramide a gradoni che torreggiava su un complesso di altre costruzioni più basse, sparse nel raggio di varie centinaia di metri. L'intera città era ricoperta da un fitto manto di vegetazione, che la rendeva assolutamente invisibile dall'alto; e anche a poche centinaia di metri di distanza sarebbe stato difficile rendersi conto che quelle piccole colline verdi non erano opera della natura, ma dell'ingegno dell'uomo.

I cantori, disposti in cerchio con le braccia levate al cielo, indossavano lunghe tuniche multicolori e copricapi di piume; il capo della tribù si distingueva per l'imponente pettorale di lamine d'oro lavorato che indossava sopra alla veste. Davanti a un braciere al centro del cerchio, un vecchio indio in paramenti sacerdotali attendeva impassibile che il canto cessasse. Tony Agreda l'avrebbe immediatamente riconosciuto: si trattava infatti dello stesso uomo che, a New York, l'aveva incaricato di derubare l'archeologo Carver. Quando l'ultima nota si dileguò nell'aria, i cantori si prostrarono ai piedi del vecchio; questi raccolse la sfera posata su un piccolo sgabello d'oro massiccio, e, con un certo sforzo, la sollevò verso il cielo.

- La Sfera Pensante è tornata tra di noi - disse in Quiché, la lingua parlata dagli antichi Maya - Senza la Sfera la mente del "Guardiano" è come morta. Ora il "Guardiano" può tornare ad attendere i prescelti, e quando gli opposti si incontreranno, il "Guardiano" parlerà...

Mentre pronunciava le ultime parole, un raggio di sole penetrò da una fenditura nel soffitto del tempio e andò a colpire la sfera, generando un caleidoscopio di sprazzi luminescenti. Tutti i colori dell'iride si fusero in una miriade di luci, che per un attimo, sembrarono assumere vaghe forme inquietanti.

L'indio abbassò lentamente l'oggetto sacro e, come a un segnale, il capotribù e i cantori abbandonarono il tempio.

 

Quando fu finalmente solo, Matualè - così si chiamava il vecchio sacerdote - imboccò un corto corridoio cieco; poi si arrestò davanti al blocco di pietra che lo chiudeva. La lastra era ricoperta di bassorilievi; senza esitare l'uomo ne premette alcuni secondo una precisa sequenza, e, d'improvviso, la parete perse la sua massiccia corporeità, diventò sempre più evanescente fino a svanire del tutto, rivelando un altro corridoio diretto verso il basso. Il nuovo ambiente era in netto contrasto con l'architettura esterna della piramide: le sue pareti erano bianchissime e lisce, rivestite di materiale plastico; una serie di plafoniere opalescenti emanavano una luce diffusa, alimentate da una fonte di energia che neppure gli scienziati del ventesimo secolo sarebbero stati in grado di identificare.

 

Mentre il gruppo dei cantori sciamava all'estero del tempio, un indio seminudo giunse correndo dal folto della foresta. In mano stringeva una lunga cerbottana; dalla cintola pendeva una corta faretra piena di piccole frecce, dalla punta intinta in sostanze soporifere o in mortali veleni. Nonostante la lunga corsa, i suoi movimenti erano ancora regolari e veloci, da persona allenata a muoversi rapidamente nella giungla.

- Pericolo, fratelli! - gridò nella sua lingua, precipitandosi verso il capotribù. Il suo petto si alzava e abbassava ritmicamente per lo sforzo, ma le parole gli uscivano senza difficoltà. - Ci sono due uomini bianchi a circa una giornata di cammino da qui, e avanzano a passo spedito. Puntano verso la Città Segreta, come se sapessero dove si trova...

 

Il capotribù riflettè rapidamente. Nessun estraneo doveva mettere piede nella Città Segreta: era la Legge. E quelle poche volte che non era stata osservata, sulla città si erano scatenate avversità e sciagure. Come poche settimane prima, quando un uomo bianco si era impadronito del loro idolo più prezioso, la Sfera Pensante. Il Grande Sacerdote Matualè, aveva dovuto affrontare i pericoli del mondo esterno per recuperarla. E questo non avrebbe dovuto ripetersi.

- Onore a te, fratello - rispose. - Il tuo occhio è vigile e il tuo piede veloce. Ora ritemprati affinché anche la tua mira sia perfetta.

Poi rivolgendosi agli altri aggiunse: - Sia dato l'allarme. L'arrivo degli stranieri non deve coglierci impreparati. Orrori e lutti si abbatteranno sulla Città Segreta il giorno in cui gli stranieri marceranno dentro di essa. Così dicono le nostre leggende e così non deve avvenire. La Città Segreta saprà difendersi.

 

***

 

Nella foresta il caldo umido era soffocante. Eppure i due uomini che procedevano a passo veloce nonostante l'inviluppo delle liane e il terreno scivoloso come sapone non sembravano badarvi. Il machete di Java si alzava e abbassava con regolarità, tranciando liane e arbusti come se fosse azionato da un congegno meccanico. Martin Mystère lo seguiva a qualche passo di distanza, l'arma a raggi a portata di mano, pronto a intervenire se qualcuno avesse cercato di attaccarli.

Il "Detective dell'Impossibile" cominciava a essere preoccupato. Da due giorni procedevano a tappe forzate nell'intento di recuperare lo svantaggio sui rapitori, ma di questi ultimi avevano individuato solo poche tracce. Forse stavano seguendo una falsa pista.

D'improvviso Java, che stava per per vibrare l'ennesimo colpo di machete, si arrestò con il braccio levato. I suoi occhi ebbero un lampo e le sue narici palpitarono. Dalle sue labbra sfuggì un ringhio sommesso, un avvertimento che solo Mystère avrebbe potuto percepire.

Martin si spostò al suo fianco. - Arriva qualcuno? Da che parte?

L'uomo di Neanderthal scosse la testa per indicare che non lo sapeva ancora con certezza. Le sue narici continuavano a palpitare come se, con quel radar primitivo ma efficientissimo, cercasse di localizzare il nemico.

Mystère cercò di scrutare attraverso la barriera degli alberi, ma non c'era nulla da vedere. Solo piante, liane, arbusti, muschi. Ma conosceva troppo bene il suo compagno per non tener conto dell'avvertimento.

 

In quel momento i mille rumori della giungla tacquero. Il frinire degli insetti, il frullare di ali variopinte, l'ansito di animali nascosti... tutto si fermò all'improvviso, come se fosse stato spento un invisibile interruttore.

- Ho proprio paura che avessi ragione, vecchio mio - commentò Martin sottovoce. - Ora resta solo da vedere da che parte arriverà l'attacco...

Non terminò la frase. Due minuscole frecce sparate dalle lunghe cerbottane indie sibilarono nell'aria e si conficcarono con incredibile precisione nel collo dei due coraggiosi.

Java lanciò un grido feroce, come un elefante colpito da una zagaglia, e si strappò la freccia dal collo. Ma un secondo proiettile solcò l'aria e gli si infilò nella spalla. L'uomo primitivo fece il gesto di toglierselo, ma si sentì improvvisamente mancare. Roteò gli occhi sbalordito, meravigliato che un oggetto così minuscolo potesse farlo vacillare, e crollò di schianto, accanto al corpo già inerte di Martin Mystère.

 

Capitolo 6

MASSACRO!

 

In quello stesso momento, a pochi chilometri di distanza, il gruppo guidato dall'uomo con la maschera si era arrestato per una pausa in una piccola radura. El Jefe si sedette su un tronco e fu raggiunto da uno dei suoi uomini, che era appena tornato da un giro di avanscoperta.

- Nulla, señor. - disse il messicano, ancora ansante per la lunga camminata. - Io e Dieguito abbiamo perlustrato tutta la foresta per il raggio di un chilometro, ma abbiamo visto solo alberi. Arboles, arboles y arboles!

- E nient'altro? Tracce della spedizione di Carver? Rami spezzati, rifiuti, qualunque cosa...

- Solo qualche segno del passaggio di indios. Ma sapete anche voi come succede nella giungla. Nel giro di qualche ora la vegetazione riprende il sopravvento e distrugge ogni indizio...

Le labbra dell'uomo con la maschera si serrarono, rivelando una tensione che poteva esplodere in un vulcano di collera. Il suo unico occhio scrutò il gruppo dei suoi uomini disordinatamente sdraiati a terra. Carrillo e la ragazza sembravano esausti. La fatica della marcia cominciava a farsi sentire per tutti.

Miguel spostò il peso su un piede. Avrebbe voluto sedersi, ma non osava farlo davanti a El Jef. Questi si accorse del movimento e sollevò la testa verso di lui. - Vatti a riposare. Ma manda Pedro e Omar a continuare la ricerca. Carrillo ha detto che Carver è stato via solo un giorno, quindi non può essere andato troppo lontano...

- Subito capo. Mentre Miguel si allontanava, l'uomo con la maschera si avvicinandò al gruppo dei suoi. - Professor Carrillo! Miss Carver!...

I due prigionieri sollevarono la testa, ma non si alzarono. Erano troppo stanchi per farlo. El Jefe li scrutò. - Spero che non mi abbiate raccontato panzane, caro professore. Non vorrei essere costretto a mantenere la mia promessa...

Carrillo scosse la testa. - Vi ho detto la verità: vi ho portato sul luogo esatto in cui Carver e io ci siamo separati. Ho mantenuto la mia parte del patto. Ora sta a voi mantenere la vostra.

- E cioè? - la voce metallica dell'uomo aveva un'intonazione sarcastica.

- Liberare la ragazza. Erano questi i patti. O ve ne siete scordato?

- Questo lo farò solo quando avrò trovato ciò che cerco. Prima voglio essere sicuro che non mi abbiate ingannato. Perché in caso contrario...

Il braccio destro dell'uomo con la maschera si sollevò di scatto e la mano d'acciaio, mossa da un servocomando, si serrò a pugno. Poi accadde qualcosa che Carrillo non si aspettava, ma che Beverly aveva vagamente temuto. Una delle "nocche" d'acciaio si aprì, e ne spuntò una sottile canna metallica. L'uomo con la maschera puntò l'arto meccanico verso un falco che volava altissimo nel cielo. Dalla mano metallica si sprigionò una rapida successione di lampi azzurrognoli; il falco perse improvvisamente di quota e si abbattè in fiamme sulle cime degli alberi.

- E' tutto chiaro? - chiese con un risolino crudele, osservando il volto stupito di Carrillo.

- Señor...

- Che c'è? - El Jefe ruotò di scatto su se stesso, rivolgendo l''artiglio d'acciaio verso un uomo che usciva trafelato dalla giungla. - Perché non sei di guardia dove ti ho detto di stare?

- Señor - l'uomo deglutì a fatica senza staccare gli occhi dall'arma di cui già conosceva i micidiali effetti. - Poco lontano da qui è passato un gruppo di indios. Trasportavano due uomini svenuti o morti. Sono quei gringos di Città del Messico...

L'uomo con la maschera ebbe uno scatto d'ira.

- Martin Mystère e Java! - esclamò. - Quegli idioti che dovevano sorvegliarli si sono lasciati ingannare come pivelli.

Nell'udire il nome di Mystère, Carrillo e Beverly, trasalirono visibilmente.

- Sì, miei cari amici, sono proprio loro - commentò El Jefe - Evidentemente il diavolo è dalla nostra: gli indios li hanno catturat, mentre noi non ci hanno neppure avvistati. In quanto a voi due, avevo intenzione di liberarvi subito - mentì - ma finchè non sarò

certo che Mystère sia morto, voi costiturete la mia assicurazione sulla vita.

In marcia! - aggiunse poi rivolto ai suoi uomini - Seguiremo gli indios a distanza e vedremo dove li portano.

 

***

L'uomo con la maschera di cuoio osservò l'insieme di costruzioni che componevano la "Città Segreta" tenendosi a una certa distanza, al riparo di un massicci tronchi d'albero.

- Incredibile, davvero incredibile - continuava a ripetere. - Una città Maya ancora abitata perfettamente nascosta nel mezzo della giungla.- Anche Carrillo sgranava gli occhi di fronte a quella meraviglia. Per un momento il professore sembrava avere addirittura dimenticato il pericolo che correva.

- Ecco dove è arrivato Carver - commentò in tono quasi risentito. - Dev'essere qui che ha trovato la sfera. Una città nascosta nella giungla - sospirò. - E' il sogno proibito di ogni archeologo. Capisco che Carver non mi abbia detto niente...

 

Miguel si avvicinò a El Jefe. - Abbiamo fatto un sopralluogo, señor. Gli indios non sono più di una quarantina. E sono armati solo di cerbottane...

Un sorriso crudele apparve sul viso dell'uomo con la maschera. - E noi invece abbiamo i fucili... - concluse. - E, soprattuttto questa... Sollevò il braccio destro e armò il suo artiglio micidiale. Poi indicò Beverly e il professore. - Legateli a un albero. Non li voglio tra i piedi durante l'attacco.

 

L'assalto fu improvviso e travolgente. Gli indios erano radunati nel piazzale antistante il tempio e si stavano consultando, quando gli uomini di El Jefe fecero irruzione scaricando un fuoco infernale. Non ebbero il tempo di reagire. Coloro che non caddero falciati dalla prima scarica furono abbattuti dalla seconda, mentre i mortali lampi azzurrognoli provenienti dalla mano bionaca dell'uomo con la maschera finivano chi, in un modo o nell'altro, era sfuggito miracolosamente al fuoco dei fucili.

 

L'effetto dei raggi era devastante. Chi ne veniva colpito si incendiava come una torcia; nell'aria si era diffuso un disgustoso fetore di carne bruciata. La resistenza fu minima: solo un indio riuscì a scoccare una freccia avvelenata contro Miguel, che cadde rantolando con la bava alla bocca. Un istante dopo l'indio che l'aveva colpito si trasformò in una torcia umana.

- Cercate Mystère - ordinò l'uomo con la maschera. - E, se non l'hanno ammazzato queste scimmie, portatemelo vivo!

 

Matualè, il vecchio sacerdote, fu colpito in pieno petto da un proiettile di fucile. Cadde dietro una scultura in pietra, e riuscì così a sfuggire all'attenzione dei suoi nemici. Sentiva che la morte era imminente, ma, prima di raggiungere gli antenati, doveva portare a termine qualcosa. Con uno sforzo inimmaginabile si trascinò non visto verso l'interno di un edificio.

 

Capitolo 7

LA PROFEZIA

 

Quando Martin riprese i sensi, la prima reazione fu di panico per il buio che lo circondava. Un istante dopo, però, la ragione ebbe il sopravvento e i battiti del suo cuore rallentarono. - Coraggio, Buon Vecchio Zio Marty - si disse per rincuorarsi. - Sei ancora vivo e questa è la cosa più importante.

Il suolo sotto di lui era di pietra fredda e liscia. Mosse le mani e scoprì con stupore che non erano legate. Anche i piedi erano liberi. Toccò la fondina, e constatò che l'arma a raggi era scomparsa. I suoi occhi avevano cominciato ad adattarsi all'ambiente, e già poteva distinguere i contorni delle cose. Accanto a lui una massiccia forma scura emise un flebile ringhio e si girò per sollevarsi.

- Java! Tutto bene, vecchio mio? - Un borbottio confermò il discreto stato di salute dell'amico. - Grazie al cielo le frecce non erano intinte nel curaro - continuò Mystère - il che significa che non hanno intenzione di ucciderci, o perlomeno di farlo subito.

Mentre parlava, Mystère stava già tastando i muri che li circondavano, e presto identificò una massiccia porta in legno. - Chiusa, naturalmente - commentò. Speriamo solo che non si dimentichino di noi...

 

Quasi in risposta alle sue parole, un rumore provenne da dietro il lastrone: lo stridìo di un chiavistello mal oliato. Martin e Java si scambiarono un muto cenno d'intesa; poi i due uomini si piazzarono ai lati dell'uscio, pronti a balzare addosso a chiunque fosse entrato.

La porta, lentamente, si aprì, e Martin fece giusto in tempo a fermare l'amico prima che si avventasse sul visitatore. Il nuovo arrivato, un vecchio, aveva la tunica intrisa di sangue e per reggersi si appoggiava faticosamente allo stipite di pietra. Con la destra serrava la tunica al petto, nel tentativo di tamponare una vasta ferita.

- Vengo d'amico - rantolò Matualè. Ora parlava spagnolo, una lingua che Martin conosceva perfettamente. - La profezia sta per compiersi. Tra poco il "Guardiano" sarà in grado di parlare...

 

L'uomo barcollò e Martin lo sorresse. Aveva compreso le parole del sacerdote, ma non il loro significato. - Non agitatevi. Lasciate che vi dia un'occhiata! Chi vi ha colpito?...

L'indio scosse la testa. - Non importa. Tieni... Porse a Martin l'arma a raggi che gli era stata sottratta. - L'ho riconosciuta. E' l'arma che paralizza. Viene dal passato...Viene dallo stesso remoto passato da cui giungono il "Guardiano" e la Sfera Pensante..

Martin continuava a non capire. Per un attimo l'indio chiuse gli occhi, ma poi dentro di lui sembrò fluire una nuova ondata di energia, che lo sferzò facendogli riprendere per un attimo le forze.

- Las sfera ti parlerà. E tu devi vederla insieme al tuo opposto: così dice la profezia. Promettilo... Se lo farai, il tuo amico si riprenderà...

 

Il vecchio tremava e cominciava ad accasciarsi tra le braccia di Mystère. - Io...Io lo prometto... - rispose con dolcezza il "Detective dell'Impossibile". - Ma non comprendo. Cosa...

Con un ultimo sforzo il vecchio sacerdote sollevò il capo verso di lui e i loro occhi si incontrarono. Sebbene appannati dalla morte vicina, quelli dell'indio brillavano di una luce soprannaturale. - Ti dirò come potrai raggiungerla. E allora comprenderai tutto. La voce di Matualè si abbassò, divenne fievole, un sussurro che solo Mystere riuscì faticosamente a percepire. Parlò a lungo, e Martin passò dallo stupore al più completo sbalordimento. - Io...Credo di aver capito - rispose - Ma chi è il mio "opposto"? Quando giungerà?

- Il tuo opposto... è già qui. E' l'uomo... con l'arma che brucia...

L'Indio diede un ultimo sussulto, poi il suo cuore si fermò per sempre. In quello stesso istante, a molte migliaia di chilometri di distanza, il Professor Carver spalancò d'improvviso gli occhi.

 

Martin sobbalzò mentre l'indio si spegneva con un rantolo. Un sospetto gli attraversò la mente. Ma era più di un sospetto. Era quasi una certezza.

- L'arma che brucia! Diavoli dell'inferno, Java...hai sentito?

La sua espressione si era indurita - Non può essere lui... Non può essere qui...

- Spiacente di deluderti, Martin, vecchio amico mio - sibilò una voce metallica al di là della porta di pietra. E un istante dopo l'uomo con la maschera di cuoio apparve sulla soglia. Java lanciò un ringhio carico d'odio. - Sergej Orloff! - esclamò Martin. - Non può essere. Tu... tu eri...

- Morto? - chiese Orloff, sarcastico. - Questo l'hai creduto tu, caro e stimato collega... quando mi hai abbandonato in quella città maledetta, avvolto nelle fiamme...

Dall'esterno cominciava a giungere l'orribile fetore della carne bruciata. Un odore che Martin non aveva mai dimenticato, e che ancora, di tanto in tanto, ritornava a tormentarlo insieme all'immagine dell'uomo ghignante...

 

Capitolo 7

ORLOFF

 

La mente di Mystère tornò a un lontano passato. A un altro dei molti luoghi "impossibili" che aveva visitato nel corso della sua lunga carriera: una città perduta nel cuore dei monti Hangaj, in Mongolia. I pochi nomadi che ne avevano sentito parlare la chiamavano "Città delle Ombre Diafane" e non osavano mettervi piede. Pareva che fosse abitata da creature "che avrebbero dovutoi essere morte". Uomini di Neanderthal. Una razza che la scienza riteneva estinta da almeno trentamila anni.

Martin era riuscito a raggiungere la città dopo incredibili peripezie... E là la prima cosa che aveva avvertito era quell'odore di carne bruciata. Ovunque giacevano corpi di uomini primitivi straziati dalle fiamme. A decine. A centinaia. Era una scena atroce, che gli sarebbe rimasta impressa nella mente, per sempre. Anche perchè Martin sapeva chi era il responsabile di quegli orrori.

 

In un sotterraneo della "Cittè delle Ombre Diafane", Sergej Orloff sogghignava crudelmente di fronte a un neanderthaliano strettamente legato a una lastra di pietra. Non portava la maschera, allora, ed entrambe le sue braccia erano sane. Era un uomo atletico e a suo modo affascinante, e avrebbe potuto quasi essere il gemello di Martin ... se non per quel lampo malvagio che gli brillava negli occhi.

Nella mano destra stringeva un'arma del tutto identica a quella di Mystère: anch'essa proveniva da un remoto passato; anch'essa era descritta dal Ramayana come una delle "armi degli Dei". Martin e Orloff avevano trovato le due armi nel corso di una spedizione in comune, in circostanze talmente incredibili che entrambi preferivano non parlarne. Ma il raggio sprigionato dall'arma di Orloff non si limitava a paralizzare: uccideva atrocemente divorando le carni con un calore incredibilmente concentrato. E, in quella città dimenticata da Dio e dagli uomini, quell'arma aveva colpito più volte, seminando orrore e morte. Quando Martin fece irruzione nel sotterraneo, Orloff la teneva puntava contro l'uomo legato, tormentandolo con piccole e dolorosissime scariche su parti non vitali del corpo.

- Parla, scimmione - gridava - Indicami dov'é!

L'uomo primitivo gridava tutto il suo odio e il suo dolore. A Mystere non interessava neppure sapere cosa stesse cercando Orloff. Puntò a sua volta l'arma, ma, per qualche ragione, non se la sentì di colpire il nemico alle spalle. Lo avvertì: - Sergej!

Gli rispose una risata stridula, da folle. - Tu qui, Martin! Una sorpresa! Davvero una bella sorpresa, mio caro ex collega. So che in questa città è nascosto un tesoro. Ma nessuno di questi scimmioni pare intenzionato a condurmici...

Si girò d'improvviso, sparando. Martin fece un balzo di fianco, evitando per un soffio il micidiale raggio. Sparò a sua volta, ma Orloff si era già rifugiato dietro una massiccia colonna.

- Già, tu sei sempre stato un moralista, amico mio! Ricordi all'università, quando studiavamo insieme? Eravamo i migliori. Ma neanche allora avevi le idee chiare. Tu cercavi la fama e la gloria. Io volevo il denaro e il potere!

Sparò ancora... Una raffica di raggi che accesero piccoli focolai tutt'attorno a Mystère. Per un attimo questi si chiese com'era possibile che lui e Orloff fossero stati amici fraterni... Che avessero condiviso studi e avventure fino a quando, dopo aver trovato quelle armi, le loro strade si erano divise...

Si riscosse, evitando una nuova salva di raggi. Orloff l'aveva stretto contro un muro, e si apprestava al colpo finale. Ma...

 

...Ma, in quell'istante, con la forza della rabbia e della disperazione, l'ominide legato alla tavola di pietra riuscì a spezzare le funi che lo trattenevano. Come una furia si avventò su Orloff; gli afferrò il braccio che reggeva l'arma a raggi, e cercò di strappargliela. Il dito di Orloff si contrasse di nuovo sul grilletto, proprio mentre la canna dell'arma era rivolta verso il suo stesso volto... Martin udì l'urlo spaventoso dell'ex collega.

L'aria si stava facendo irrespirabile a causa del fumo denso e acre. L'incendio si stava estendendo. Una trave fiammeggiante cominciò a staccarsi dalla volta, e l'uomo rimitivo abbandonò l'avversario gettandosi fuori portata. Orloff ne fu investito in pieno; il suo braccio destro rimase imprigionato sotto il suo peso. Spinto da un impulso generoso, Mystère si lanciò al soccorso dell'ex amico, ma incespicò nel corpo di un uomo a terra. Sarebbe caduto tra le fiamme se non fosse stato afferrato da due braccia poderose. Un istante dopo l'ominide che l'intervento di Martin aveva salvato lo trascinò via e lo condusse all'aperto. L'ultima immagine che Martin vide fu quella di Orloff che si dibatteva urlante, trasformato in una torcia umana.

 

Capitolo 9

L'UOMO DI ATLANTIDE

 

Mystère si riscosse, mentre la voce di Orloff sibilava di nuovo, carica di odio.

- Ma non sono morto, caro ex-collega. Malgrado tutto non sono morto. E possiedo ancora la mia arma, che continua a essere infinitamente più potente della tua. Vorrei che ti complimentassi per la brillante operazione chirurgica: adesso è impiantata nel mio braccio artificiale, e posso comandarla come se si trattasse di un arto... Ora, Martin, quest'arma è parte integrante di me!

Le parole sgorgavano con odio dalla bocca di Orloff: aveva atteso da troppo tempo il momento per sfogare il suo rancore.

- Mentre passavo da un'operazione all'altra, ho seguito la tua brillante carriera. Ho saputo che ti sei portato in America quello scimmione che hai salvato... Java, mi pare che si chiami, vero?... Ho saputo anche che sei diventato una celebrità. Anch'io me la sono cavata bene. Ho messo a frutto le mie conoscenze, naturalmente in un modo che tu disapproveresti. E ho creato un'organizzazione piuttosto efficiente, come tu stesso hai avuto modo di constatare...

Java emise un cupo brontolio. Un istante ancora, e si sarebbe avventato contro l'uomo con la maschera, ma Martin lo fermò con un gesto.

Orloff fece un cenno d'assenso col capo. - Saggio comportamento, Martin: la cara Beverly e il buon Carrillo sono ancora nelle mie mani. E adesso, se vuoi continuare a comportarti saggiamente, mi dirai cosa ti ha sussurrato quell'indio prima di morire....

- Lo farò se lascerai liberi Beverly e Carrillo. - rispose deciso Martin. Orloff scoppiò in una risata crudele. - Sei in mio potere e detti ancora condizioni? Lo sai che potrei uccidervi tutti?

- Senza il mio aiuto non riuscirai mai a trovare la sfera: di questo ti do la mia parola - ribattè tranquillo il "Detective dell'Impossibile." - Libera Beverly e Carrillo, fornisci loro armi e provviste e la scorta di Java. E io prometto che ti condurrò dove si trova quell'oggetto.

Nella cripta ci fu un attimo di silenzio, rotto solo dal respiro pesante di Java che pareva attendere solo un gesto di Mystère per avventarsi contro il suo torturatore. Ma il gesto non venne. Orloff sapeva che se Martin dava la sua parola si poteva stare certi che diceva la verità. Dopo un buon minuto capitolò. - D'accordo. Farò come mi chiedi.

 

Convincere Beverly a partire senza Martin fu molto più difficile che convincere Orloff. Ma Mystère fu irremovibile. - O te ne vai con le tue gambe o ti farò impacchettare e portare via di peso da Java - la minacciò. Così, dopo un abbraccio commosso, Beverly si inoltrò nella giungla insieme all'anziano archeologo e all'uomo di Neanderthal. Martin si sedette su un masso squadrato e li guardò allontanarsi, stando ben attento che nessuno li seguisse. Ora era più tranquillo, e si sentiva pronto ad affrontare la situazione. Orloff lo raggiunse, impaziente. - Adesso mantieni la tua promessa, Martin!

- C'è tempo. - Mystère battè una mano su un altro masso di fronte a lui.

- Siediti qui e aspettiamo. Prima voglio essere sicuro che siano abbastanza lontani.

Orloff borbottò qualcosa ma accettò. I suoi uomini si erano sdraiati tra le rovine in pietra e riposavano. Sarebbe potuta sembrare una scena idilliaca se i cadaveri degli indios non ne avessero irrimediabilmente compromesso la serenità.

- Conoscevi l'esistenza di quella sfera? - chiese Martin.

- L'avevo intuita - rispose Orloff. Confrontando leggende e tradizioni, documentandomi, informandomi. Ho saputo che i Maya la consideravano infinitamente preziosa, anche se ancora non so a cosa serva. Quando ho saputo della scoperta di Carver, ho immaginato che si trattava di quell'oggetto. Del resto è inutile che ti spieghi i miei metodi: sono esattamente uguali ai tuoi - soggiunse.

- Ti sbagli. Io non rapisco nè uccido nessuno.

- Lo so. - Nella voce di Orloff c'era come una traccia di rimpianto - E' un vero peccato che questi dettagli di ordine morale ci impediscano di tornare a lavorare insieme.. Perchè tu sei come me, Martin. Ami l'avventura, il mistero, ami ampliare gli orizzonti della tua conoscenza. Non ti accontenti di quanto la vita ti ha offerto, ma cerchi sempre nuove frontiere da superare. Tu e io - concluse - siamo semplicemente le due facce della stessa medaglia.

- Gli "opposti" di cui parlava l'indio - riflettè Martin.

- Hmm...Diceva così? - Orloff si alzò, impaziente. - Bene, caro Marty, chiacchierando amabilmente sono passate due ore. Io la mia promessa l'ho mantenuta, Adesso tocca a te.

Anche Martin si alzò. - Sappi che obbedisco soltanto per mantenere un'altra promessa. Quella che ho fatto a quel sacerdote. Andiamo.

 

***

Mystère si diresse verso il tempio, seguito da Orloff e dai suoi uomini. Questi sembravano un po' delusi: avevano curiosato in giro senza tuttavia trovare le montagne d'oro che la loro fantasia aveva evocato.

- Di qua.

Martin guidò il gruppo verso il corridoio che Matualè aveva percorso dopo la cerimonia di ringraziamento. Dopo qualche metro, sollevò la mano in segno. - Fermi. C'è un trabocchetto.

- Non cercare di guadagnare tempo - sibilò Orloff.

- Sei libero di non credermi. Anzi, perchè non vai avanti tu?...

Uno dei banditi raccolse una pietra e la scagliò di fronte a sè. Appena questa toccò il suolo si udì uno scatto; un pozzo si spalancò, e la pietra vi precipitò silenziosamente. Per quando tendessero l'orecchio, nessuno riusì a udire il tonfo sul fondo.

La botola si richiuse subito dopo, di scatto.

- Chissà dove diavolo finisce - si chiese Orloff, non senza una traccia di nervosismo.

La mano di Mystère sfiorò la parete e toccò un'impercettibile sporgenza nella roccia. - Ecco. Ora possiamo passare.

- Prima tu!. - L'occhio di brillò malvagio - Non vorrei che ti venisse qualche cattiva idea....

Martin non gli rispose neppure. Passò oltre insieme agli altri, senza incidenti e raggiunse il fondo del corridoio. Poi si arrestò davanti al lastrone ricoperto di bassorilievi che chiudeva il passaggio. Studiò i disegni per un momento ricordando quanto gli aveva detto il vecchio sacerdote, quindi, senza esitazione, premette la sequenza esatta.

Un'esclamazione collettiva di meraviglia si levò dalla bocca degli astanti, allorchè davanti a loro comparve il corridoio luminescente. Ma la sorpresa più grande doveva giungere un paio di minuti più tardi, dopo aver superato la curva che il passaggio compiva a metà percorso.

- E' incredibile! - mormorò Orloff. - Non me lo sarei mai aspettato.

Davanti ai loro occhi si spalancava un'immensa sala le cui parete erano completamente ricoperte da apparecchiature scientifiche, alimentate (Da quanti secoli? - si chiese Martin) da una fonte sconosciuta di energia. Sugli schermi di una lunga fila di monitor si intrecciavano linee multicolori e scorrevano colonne di caratteri, che non appartenevano ad alcun alfabeto utilizzato sulla Terra; contenitori refrigerati rivelavano un ammasso di sostanza pulsanti parzialmente organiche (- Computer bio-elettronici - pensò Mystère. Ma, per quanto ne sapesse, i computer bio-elettronici erano poco più di un sogno degli studiosi di cibernetica, e nessuno era ancora riuscito a realizzarli praticamente). Di fronte a ogni monitor si trovava una tastiera; i simboli impressi sui tasti corrispondevano a quelli che scorrevano sugli schermi. Le sagome degli appparecchi, pur ricordando quelle dei moderni calcolatori, avevano un "look" vagamente alieno e inquietante.

Al centro della sala, collegato per mezzo di cavi di notevole diametro agli apparecchi sulle pareti, sorgeva una sorta di sarcofago in vetro e metallo. Martin e Orloff vi si avvicinarono, affascinati. Al suo interno era disteso un uomo le cui caratteristiche somatiche ricordavano quelle degli indiani americani. Ma - come i computer - anche l'uomo possedeva un "look" che lo rendeva impercettibilmente "diverso". Ai piedi del sarcofago, inserita in un apposito alloggiamento, si trovava una sfera cristallina percorsa da una vaga luminosità: l'oggetto che Carver aveva prelevato nella sua solitaria spedizione.

 

L'espressione di Orloff era completamente cambiata. Aveva perso ogni tratto malevolo, e rivelava il genuino interesse di un uomo di scienza appassionato.

- Guarda, Martin, guarda! - esclamò con entusiasmo. - Quell'uomo respira. Lentissimamente ma respira. Non è morto, è in stato di animazione sospesa!

- Hai ragione, Sergej! E ci dev'essere il modo di riportarlo in vita. - Si spostò verso una "consolle" collegata al sarcofago. Sul suo schermo scorrevano alcuni grafici che - dedusse Martin - rappresentavano l'andamento delle sue funzioni vitali. - Credo che l'apparecchiatura di controllo sia questa... Ma non ho idea di come...

Orloff osservò a lungo lo schermo, cercando di intuire il funzionamento del programma. - Con ogni probabilità, per accedere alla funzione di "risveglio" occorre una "Password": una sequenza di tasti battuti in un ordine particolare.

Gli uomini di Orloff osservavano attoniti il contenuto della stanza, ma forse ciò che maggiormente li stupiva era vedere i due antichi nemici che collaboravano in assoluta sintonia. Mystère sfiorò la tastiera. - Sì, probabilmente hai ragione. Ma qual è la sequenza esatta? Se sbagliamo, corriamo il rischio di ucciderlo...

 

In quel momento la sfera parve animarsi. Una fantasmagoria di colori pulsò al suo interno, sembrò assumere per un attimo l'aspetto di una creatura vivente. Orloff e Mystère si portarono contemporale mani alle tempi, come per frenare una violenta onda di energia; un istante dopo le loro dita si spostavano veloci sui tasti, con la sicurezza di quelle di due pianisti intenti a una sonata a quattro mani.

 

Poi i due trasalirono violentemente, come se fossero usciti d'improvviso da uno stato di trance. Mystère si passò una mano sulla fronte.

- Credo ...Credo che abbiamo ricevuto un messaggio... Qualcuno ci ha comunicato la "Password"...

- Guarda! - Orloff lo afferrò per un braccio e gli indicò la sfera. - Guarda, Martin!

La sfera aveva ripreso a pulsare; al suo interno il caleidoscopio era in perenne mutamento. Poi cominciò a dilatarsi... e il suo diametro sembrò superare la larghezza stessa del laboratorio.

L'uomo all'interno del sarcofago cominciò a parlare.

 

***

La "voce" dell'ibernato comunicava direttamente con la mente degli uomini racccolti nella sala - Il mio nome è Adam, fratelli del futuro - esordì - e quella che intendo raccontarvi è una storia di morte... La storia di una civiltà splendida e fiorente, che, per orgoglio e per cecità, si autodistrusse e fece regredire il mondo intero allo stadio della più totale barbarie.

 

D'un tratto lo scenario cambiò. Il laboratorio parve scomparire; ora tutti si trovavano (o avevano l'impressione di trovarsi) in una moderna città rutilante di luci e brulicante di vita. Poi apparvero campi rigogliosi, paesaggi d'incantevole bellezza. Dovunque uomini e donne dall'espressione serena; animali mansueti in completa libertà. - Questa era Atlantide prima della distruzione - proseguì Adam. - La prima civiltà mai sorta su questo nostro mondo, più antica della più antica civiltà che voi, uomini del futuro, studierete sui vostri libri di storia. Il regno del sapere e della giustizia, il centro della scienza e delle arti... Una terra felice giunta all'apice del suo progresso.

 

Di nuovo la scena mutò. L'atmosfera si era fatta più cupa, percorsa da vapori e esalazioni. Le acque di un lago, da azzurre avevano assunto una colorazione rossastra, e Martin avrebbe giurato di poter sentire l'odore mefitico che ne proveniva...

- Ma la felicità non bastava. Noi, gli abitanti di Atlantide, volevamo di più. - continuò l'uomo del sarcofago. - E ben presto cominciammo a sfruttare indiscriminatamente le energie del pianeta, senza preoccuparci del suo equilibrio. Avvelenammo la terra, le acque, il cielo...

 

Ora torme di uomini armati si affrontavano nelle vie delle città, lasciando scie di sangue, riempiendo le strade di morti e di feriti.

- E infine inquinammo anche le nostre coscienze. Neppure ciò che avevamo ottenuto sfiancando quello stesso mondo che ci aveva donato la vita ormai ci bastava. Volevamo dell'altro... e poiché avevamo già tutto non ci restava che prendere la vita dei nostri simili. L'odio prevalse su ogni cosa, e ogni cosa travolse.

Di nuovo la grande città. Di nuovo uomini, donne, giovani, vecchi, ignari di quanto sarebbe accaduto entro pochi attimi. Un lampo, un bagliore più luminoso di mille soli. Uno, dieci, cento osceni funghi atomici che esplodevano devastando, bruciando, uccidendo, cancellando ogni cosa. Fiumi di acciaio liquefatto che inondavano le strade, forme umane che si scioglievano come statue di cera alla terribile vampata di calore.

 

- In un solo giorno e una sola notte la nostra civiltà fu distrutta - continuò implacabile la voce. - La stessa scienza che aveva portato Atlantide al massimo splendore fu la causa della sua fine.

Ora il cielo era nero e privo di stelle, completamente invaso dal pulviscolo sollevato dalle esplosioni... E, sotto la sua lugubre volta, le immagini di un inverno senza fine, di uomini disperati, laceri, affamati, con lo sguardo perduto nel nulla.

- Fame, freddo, epidemie... tutto contribuì ad accelerare la fine della civiltà. I pochi scienziati sopravvissuti riuscirono a prevedere con tragica chiarezza ciò che sarebbe accaduto. L'uomo avrebbe conosciuto una nuova barbarie; e solo molto, molto lentamente, dopo millenni, l'umanità avrebbe cominciato a riorganizzarsi. I discendenti dei sopravvissuti avrebbero ripreso la strada naturale dell'evoluzione, avrebbero fondato nuove civiltà; il nome di Atlantide sarebbe entrato nella leggenda; la sua tragica distruzione sarebbe stata dimenticata. E, in un lontanissimo futuro, la civiltà sarebbe tornata agli splendori di quella del nostro mondo perduto. E, proprio allora, la nuova umanità - voi, fratelli del futuro - avrebbe corso gli stessi rischi che noi non abbiamo saputo fronteggiare.

 

Ora "si trovavano" in un asettico laboratorio, simile a quello che sorgeva sotto la piramide. Alcuni uomini in camice aiutavano un loro simile a distendersi in un sarcofago di vetro e metallo; elaborate apparecchiature controllavano lo svolgimento di ogni passo dell'operazione.

- Fu allora che gli scienziati superstiti si resero conto che era loro dovere rimediare almeno in parte a quanto l'uso dissennato della scienza aveva provocato, e si impegnarono perché in un remoto futuro non accadesse più nulla di simile. In molte basi "a prova di catastrofe" come questa, disseminate in varie parti del mondo, sarebbero stati ibernati alcuni "Guardiani". Il loro compito era quello di mostrare a voi, fratelli del futuro, le terribili scene che furono il preludio della nostra fine... e di trasmettervi un messaggio di avvertimento...

Io, Adam, sono uno di questi "Guardiani" e vi ho narrato la storia del mio popolo affinché la vostra civiltà non commetta gli stessi errori della nostra, compromettendo millenni di progresso. State in guardia, fratelli del domani! Non autodistruggetevi per la seconda volta. Diffondete il mio messaggio. Portate qui i vostri governanti, i vostri scienziati, i vostri figli. Essi devono conoscerei pericoli che stanno correndo. E non devono commettere i nostri stessi fatali errori!

 

Un guizzo, e la visione scomparve. La sfera sopra il sarcofago riprese le sue dimensioni normali. L'uomo nel sarcofago aveva compiuto la sua missione, ed era ripiombato nel suo eterno sonno.

 

Per un istante nel laboratorio regnò il silenzio. Poi la voce di Orloff risuonò.

- E' la prova...Capisci, Martin? E' la prova definitiva che Atlantide è esistita veramente, che la nostra civiltà non è la prima che si è sviluppata sulla Terra. Questa... questa è indubbiamente la scoperta archeologica più importante della storia.

"Più importante della storia". A quelle parole il suo unico occhio brillò di cupidigia. L'espressione dello studioso entusiasta era scomparsa, per lasciare di nuovo il posto alla consueta maschera malvagia.

- E sarò io a comunicarla. A me ne verrà attribuito tutto il merito... - riprese, percorso da un brivido di esaltazione.

Mystère interruppe il suo soliloquio.- Non dimenticarti di Carver. E' stato lui ad arrivare qui per primo..Ed era questa scoperta che intendeva comunicare nella sua conferenza. - Aggiunse ironico - Sei arrivato troppo tardi, caro ex collega!

Orloff sogghignò. - Carver è fuori causa, lo sappiamo entrambi. C'è solo una persona che potrebbe ostacolarmi. E tu sai benissimo a chimi riferisco! - I suoi occhi esprimevano un malvagio trionfo. - Prendetelo! - ordinò ai suoi uomini.

Quattro banditi si avventarono su di Mystère, che tentò una vana resistenza. L'arma a raggi gli venne sfilata dalla fondina. Nella luce spettrale del laboratorio il ghigno di Orloff aveva assunto un aspetto diabolico.

- Siamo alla resa dei conti, Martin. Un momento che pregusto da non immagini quanto tempo...

La mano bionica dell'uomo con la maschera si sollevò e dalle sue nocche metalliche sbucò la bocca della sua micidiale arma a raggi. - Addio, caro ex-collega. Fa buon viaggio... all'inferno!

 

Orloff pronunciò quelle parole con morbosa soddisfazione. Ma, prima che potesse sparare, una massa furibonda di muscoli gli si catapultò addosso con un ringhio terrificante.

- Java! - esclamò Martin.

Il poderoso colpo infertogli dal neanderthaliano sbilanciò l'assassino, che perse l'equilibrio proprio mentre stava premendo il grilletto. Dalla bocca dell'arma scaturì un raggio che colpì un monitor, incendiandolo.

- Uccidetelo! - gridò Orloff infuriato ai suoi uomini. - Uccideteli entrambi!

 

In quel momento altre figure si gettarono nella mischia. I nuovi venuti indossavano la caratteristica divisa della gendarmeria; con loro si trovavano Beverly e Carrillo, che uno dei poliziotti cercava di allontanare dal teatro della battaglia.

- Arrendetevi - gridò il capitano Juarez. Siete circondati!

La lotta si fece furibonda. Java, più inferocito che mai, vibrava poderose mazzate con i suoi pugni duri come la roccia. Due uomini gli si gettarono addosso, ma lui se ne liberò con una scrollata di spalle, poi li prese al volo per i capelli e li sbattè l'uno contro l'altro. Orloff cercò di sollevare di nuovo il braccio armato, ma un colpo di fucile lo raggiunse di striscio deviando il tiro. Il raggio colpì la testa di uno dei suoi uomini, carbonizzandola, e, proseguendo, centrò in pieno uno dei computer.

La confusione era totale. Gli uomini di Orloff, presi alla sprovvista, non erano riusciti a riorganizzarsi; le fiamme cominciavano a estendersi. Alcune apparecchiature esplosero rumorosamente.

- Basta! - gridò Mystère - Basta! State distruggendo tutto! Fermatevi!

L'esplosione di un macchinario lo interruppe. L'onda d'urto li scaraventò tutti a terra. Una scheggia vagante colpì la sfera sopra il sarcofago. E, come già era accaduto al "Crazy Hole", nella mente dei criminali (Straordinariamente, soltanto in quella dei criminali - ebbe poi a riflettere Mystère) si formarono orride immagini d'incubo.

 

- Via! Via! - gridò Martin Mystère, raccogliendo la propria arma a raggi che era finita a terra durante la mischia, e spingendo Beverly verso l'uscita. - Sta crollando tutto...

 

Carrillo, Juarez e gli altri poliziotti li seguirono barcollando.Orloff puntò l'artiglio alle spalle di Java, impegnato con altri due banditi, ma un preciso colpo dell'arma di Martin lo "congelò" mentre stava per fare fuoco.

Cadde sui frammenti della sfera. L'ultima cosa che Martin vide prima di imboccare il corridoio furono le volute di gas che ne fuoriuscivano da quell'incredibile oggetto, e avvolgevano Orloff come giganteschi tentacoli. La terra aveva cominciato a tremare, e nel soffitto si stavano aprendo enormi fenditure.

 

Smisero di correre quando ormai erano all'esterno, a distanza di sicurezza. Il capitano Juarez era ancora sbigottito per quanto aveva appena visto. Quando riuscì a riprendersi, commento:

- Potevate rimanere là sotto anche voi, Mystère. Se mi aveste rivelato subito ciò che sapevate, non avremmo atteso per intervenire. E invece abbiamo dovuto agire per via burocratica, chiedere un'autorizzazione per raggiungere Dzibichaltun, perdere giorni preziosi. Per fortuna, lungo il cammino, abbiamo incontrato il Professor Carrillo e gli altri vostri amici, che ci hanno condotto qui...

Prima che Martin potesse rispondere, il terreno si spaventò come una spaventosa bocca. Nell'arco di pochi istanti, la piramide e gli altri edifici vennero inghiottiti. Poi la terra si richiuse. La Città Segreta non esisteva più.

 

EPILOGO

 

- Bentornato a casa, Martin - esclamò il professor Carver dal suo letto, facendogli cenno di entrare . Era ancora pallido per l'esperienza subita, ma la voce era sostenuta, segno che si stava riprendendo.

- Bentornato tu alla vita, piuttosto - ribattè Martin. Posò una mano su quella del vecchio amico. Era calda e asciutta. Buon segno. - Sono contento che ora stai meglio. Beverly ti avrà raccontato...

- Hmm... Carver pareva perplesso. - Beverly mi ha detto qualcosa. Sinceramente non riesco a capire perchè insista a raccontarmi quell'accozzaglia di sciocchezze...

- In...In che senso? - chiese Martin, stupito.

- Nel senso che io laggiù ci sono stato prima di voi. E non ho visto l'ombra di città segrete, di "Guardiani", di laboratori nascosti sotto una piramide Maya...

- Ma... Una volta tanto Martin rimase senza parole. Carver continuò: - La sfera si trovava in una radura, presso alcune pietre che al massimo potevano essere i resti di un tumulo costruito dall'uomo, anche se non ne sono troppo sicuro. Ma certamente non si trattava né un tempio, né tanto meno di una città.

 

Nella stanza da letto del professor Carver vi fu un lungo momento di silenzio. Beverly e Martin si guardarono in volto perplessi. Poi il "Detective dell'impossibile" si rivolse di nuovo all'amico. - Ma... Se laggiù c'era solo la sfera, perché avevi indetta quella conferenza? Dicevi che la scoperta avrebbe rivoluzionato il mondo scientifico.

- Infatti. Da certe tracce sulla sua superficie, avevo dedotto che quell'oggetto era stato levigato a macchina. Il che significa che i Maya possedevano una tecnologia a noi completamente ignota... Una notizia sorprendente, ma non ...ehm... assurda come la vostra storia...

 

- Già, assurda - Beverly si fece avanti e accarezzò il volto del padre. - Forse hai ragione tu. Forse non è mai esistito un tempio, un "Guardiano". E nessuna civiltà si è autodistrutta a causa della propria avidità. Forse le esalazioni di qualche pianta della giungla ci hanno fatto vivere un''allucinazione straordinariamente realistica...

 

Martin Mystère si era alzato in piedi e si era avvicinato alla finestra, da cui poteva osservare i grattacieli di New York. - Forse. - mormorò. Una cappa di fumo nero gravitava sopra la città. E, più in basso, sul fiume Hudson galleggiavano masse rossastre di prodotti inquinanti...

 

***

 

In quello stesso momento, nell'inferno umido e verde della foresta dello Yucatan un uomosi aggirava con la mente sconvolta dalla follia alla ricerca di qualcosa che, probabilmente, non era mai esistito. Per Sergej Orloff l'incubo non era ancora terminato.

 

FINE