|
GRAAL
Coppe cristiane e celtiche
Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa
una scutella lata et aliquantulum prufunda (Helimand de Froidmont):
una tazza, un vaso, un calice, un catino. Questi umili oggetti rivestono
nella mitologia un nobile ruolo: sono infatti i simboli del grembo fecondo
della Grande Madre, la Terra, e, come l'inesauribile
Cornucopia dei Greci e dei Romani, portano vita e abbondanza. La coppa della
vita dei Celti è il "Calderone di Dagda", portato nel mondo
materiale dai Tuatha De Danaan rappresentanti ultraterreni
del "piccolo popolo". Molti eroi celtici (tra cui Asterix,
il famoso personaggio dei fumetti) hanno avuto a che fare con magici calderoni;
nel poema gaelico Preiddu Annwn Re Artù
andò a recuperarne uno addirittura negli Inferi. La tradizione cristiana
annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell'Eucarestia e - sorprendentemente
- la Vergine Maria. Nella Litania di Loreto essa è descritta
comeVas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero
"vaso spirituale, vaso dell'onore, vaso unico di devozione": nel
grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta.
Forse, quando alla fine del XII secolo, Chretien de Troyes decise di introdurre
nella materia arturiana il motivo del "Vaso Sacro ", lo fece perché
era al corrente dei miti celtici del Calderone, e l'argomento gli sembrò
particolarmente in tema; o forse si trattò di una scelta casuale.
Forse esisteva già una tradizione orale sul Graal, e Chretien si
limitò a metterla per iscritto; forse (è l'ipotesi più
probabile) elaborò in termini cristiani le antiche leggende sui contenitori
sacri, o forse il Graal fu una sua geniale invenzione. Sta di fatto che
- com è accaduto per ReArtù - da otto
secoli il Graal continua a stimolare l immaginazione di generazioni di lettori:
e questa, in un certo senso, è la prova tangibile del suo magico
potere.
Il Graal di Re Artù
Il Graal arturiano fu descritto per la prima volta da Chretien intorno al
1190 in Perceval le Gallois ou le Compte du Graal; nel volgere di
soli vent'anni (un tempo sorprendentemente breve rispetto a quelli, lunghissimi,
lungo cui si sono sviluppate le saghe arturiane), esso era già perfettamente
caratterizzato.
Così il poeta francese racconta la sua apparizione. La scena si svolge
nel castello del "Re Pescatore", un personaggio su cui ritorneremo;
qui il cavaliere Parsifal assiste a una processione che scorre accanto alla
tavola su cui verrà servita la cena. Per primo passa un ragazzo con
una lancia insanguinata, poi due giovani con un candelabro, e infine
Un graal entre ses deus mains
une damoisele tenoit
(...)
De fin or esmereè estoit
prescieuses pierres avoit
el graal de maintes manieres,
de plus riches et de plus chieres
qui en mer ne en terre soient.
("Una damigella teneva un graal tra le sue mani (...) Era fatto
di oro puro, e c'erano nel graal molte preziose pietre, le più belle
e le più costose che ci siano per terra e per mare"). La parola
"Graal" è utilizzata con il significato generico di coppa
(ma c è da chiedersi come mai Chretien avesse fatto uso di quel termine
già allora arcaico); il calice fa parte di un gruppo di oggetti egualmente
dotati di poteri mistici, e non ha comunque alcuna associazione con il sangue
di Gesù.
Solo nel successivo Joseph d'Arimathie - Le Roman de l Estoire dou Graal,
un testo arturiano del cosiddetto "Ciclo della Vulgata" (dove
però Re Artù non compare) scritto da Robert de Boron intorno
al 1202, il Graal viene descritto come il calice dell Ultima Cena, in cui
Giuseppe d'Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso.
De Boron lo chiama "Graal" una volta sola, in un inciso (in verità
un po' slegato dalla continuity del testo) da cui si evince che la
coppa aveva già una storia e un nome particolare prima di essere
utilizzata da Gesù: "Io non oso raccontare, né riferire,
né potrei farlo (...) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là
sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato
con questo nome" .
Il Joseph di Arimathie fu continuato e integrato da un anonimo autore
del XIII secolo, che, in Le Grand Graal introdusse alcuni nuovi elementi.
Il Graal è associato (o "è" tout court) a un libro
scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo
chi è in grazia di Dio . Le verità di fede che esso contiene
non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro
elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere,
i cieli diluvierebbero, l'aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l'acqua
cambierebbe colore . Il libro-coppa possiede dunque un temibile potere.
Il Grand Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche
(viene trasferito in Inghilterra in un contenitore identico all' Arca dell'Alleanza)
sia islamiche: è infatti in relazione con una terra chiamata "Sarraz",
impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto,
ma si vede da lontano il Grande Nilo"; il suo Re combatte contro un
Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo), ma situata
comunque in Medio Oriente. Da essa, infatti - afferma l'autore - ebbero
origine i Saraceni . Intorno al 1210, nel poema Parzival, il tedesco
Wolfram Von Eschenbach conferì al Graal ulteriori connotazioni. Non
si tratta di una coppa, bensì di " una pietra del genere
più puro (...) chiamata lapis exillis. (Se un uomo continuasse
a guardare) la pietra per duecento anni, (il suo aspetto) non cambierebbe:
forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi" . Il termine lapis
exillis è stato interpretato come "Lapis ex coelis",
ovvero caduta dal cielo": e, difatti, Wolfram scrive che la pietra
era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli
angeli rimasti neutrali durante la ribellione. La tradizione esoterica delle
pietre sacre, tramiti fisici tra l'uomo e Dio, è tipicamente orientale:
la pietra nera conservata nella Ka' ba è l'oggetto più sacro
della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il
termine "Pietra dell'esilio" per designare lo Shekinah,
ovvero la manifestazione di Dio nel mondo materiale; ancora più a
Oriente, l'Urna incastonata nella fronte di Shiva della tradizione
induista, simboleggia il "Terzo Occhio", organo metafisico che
permette la visione interiore.
La ricerca del Graal
Perché il calice fu portato proprio in Inghilterra? Dal punto di
vista letterario la risposta è ovvia: là erano nati i miti
di Artù, e là, necessariamente, doveva
svilupparsi la storia del Graal, a essi collegata. Ma i sostenitori della
sua esistenza materiale avanzano altre ipotesi, in verità piuttosto
ardite. Durante la sua permanenza in Cornovaglia, Gesù aveva ricevuto
in dono una coppa rituale da un Druido convertito al cristianesimo, e quell'oggetto
gli era particolarmente caro. Dopo la crocefissione, Giuseppe d'Arimatea
aveva voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue
di Cristo; il Druido in questione era Merlino, trait d'union
tra la religione celtica e quella Cristiana. Sia come sia, le peripezie
subite dal Graal dopo il suo arrivo in Inghilterra variano in modo considerevole
a seconda delle varie fonti. Estrapolando dalla Materia di Bretagna
gli episodi più ricorrenti, è possibile tracciare schematicamente
il seguito della storia. Giunto a destinazione, Giuseppe affida la coppa
a un guardiano soprannominato "Ricco Pescatore" o "Re Pescatore"
perché, come Gesù, ha sfamato un gran numero di persone moltiplicando
un solo pesce. A seconda delle versioni, il Re Pescatore è Hebron
o Bron, cognato di Giuseppe d'Arimatea e nonno (o zio, o cugino) di Parsifal.
Nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach, è un Re chiamato Anfortas,
la cui figlia sposa l'eroico saraceno Feirefiz e genera Prete Gianni. Secoli
dopo, nessuno sa più dove si trovi il "Re Pescatore": il
Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione
chiamata dai Celti Wasteland ("La terra desolata"),
uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale. Il Wasteland è
stato scatenato dal "Colpo Doloroso", ovvero da un colpo vibrato
da Balin il Selvaggio con la Lancia di Longino (in altre versioni, da Re
Varlans con la Spada di Davide) nei genitali del "Re magagnato".
Il Maimed King si chiama Perlan, Pellehan, Pelles, Lambor, oppure
è identificato con lo stesso "Re Pescatore". Per annullare
il Wasteland - spiega Merlino ad Artù
- è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta.
Un Cavaliere (Parsifal "il Puro Folle", o Galaad "il Cavaliere
vergine") occupa allora lo "Scranno periglioso", una sedia
tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l'annientamento)
solo "il Cavaliere più virtuoso del mondo", colui che è
stato predestinato a trovare il Graal. Ispirato da sogni e presagi, e superando
una serie di prove "perigliose" (il "Cimitero periglioso",
il "Ponte periglioso", la "Foresta perigliosa", il "Guado
periglioso", eccetera), Parsifal rintraccia Corbenic, il Castello del
Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre
le domande "Che cos è il Graal? Di chi esso è servitore?",
contravvenendo così al suggerimento evangelico "Bussate e vi
sarà aperto". Il Graal scompare di nuovo. Dopo che il Cavaliere
ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. Finalmente
Parsifal (o Galaad) pone il quesito, a cui viene risposto. "È
il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l'agnello con i suoi
discepoli il giorno di Pasqua. (...) E perchè questo piatto fu grato
a tutti lo si chiama Santo Graal" (la frase, che comprende
l'insolita etimologia grato-Graal - è tratta da La Queste del
Saint Graal, romanzo di autore anonimo del "Ciclo della Vulgata"
del 1220). Il Re Magagnato si riprende, il Wasteland finisce; Re
Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo
(o d'aria ). Il Graal viene riportato a Sarraz (o nel Regno di prete Gianni)
da Parsifal e Galaad. Fuori dal canone Abbiamo
escluso dal nostro immaginario canone le molte opere sul Graal posteriori
al 1220, tra cui The Idylls of the King di Tennyson (1885), nel quale
si racconta che Giuseppe d'Arimatea nascose il Graal nel Chalice Well
di Glastonbury. Di un poco noto Graal non canonico italiano, del tutto indipendente
dalla "Materia di Bretagna" si parla nella tradizione lucchese
del "Volto Santo". Nel VIII secolo un vescovo di nome Gualfredo
si recò a Gerusalemme per visitare i luoghi sacri; là il pellegrino
compì varie penitenze, digiuni ed elemosine. Fu allora che, per compensarlo
della sua devozione, gli comparve un angelo, il quale lo invitò a
cercare con diligente devozione nella casa presso la sua: là avrebbe
scoperto "il volto del redentore", cui tributare degna
venerazione. Così, nella dimora di un certo Seleuco, Gualfredo ritrovò
il "Volto Santo", un antico crocifisso scolpito in cedro del Libano
dall'apostolo Nicodemo, lo stesso che aveva aiutato Giuseppe d'Arimatea
a togliere dalla croce il corpo di Gesù. In una cavità dietro
la croce si trovava un'ampolla con il sangue di Cristo. Croce e ampolla
vennero caricate su una nave di grandezza straordinaria, che, guidata dagli
angeli e senz'altro equipaggio, attraversò il Mediterraneo in tempesta
e approdò sulle coste della Lunigiana. Le reliquie furono disputate
da Lucchesi e Lunesi, e si stabilì che il Volto Santo sarebbe stato
portato a Lucca (dove è tuttora visibile nella cattedrale di San
Martino), e l'ampolla sarebbe rimasta a Luni, dove se ne sono perse le tracce.
Il destino del Graal Intorno al 540, dunque,
stando alla "Materia di Bretagna" il Graal fu riportato in Medio
Oriente. Per secoli non se ne sentì più parlare, finché,
verso la fine del XII secolo, esso balzò (o tornò) improvvisamente
alla ribalta. Come mai? Cos'aveva ridestato l'interesse nei confronti di
un mito apparentemente dimenticato? La maggior parte degli studiosi concordano
nel ritenere le Crociate l'avvenimento scatenante. A partire dal 1095, molti
Cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa, ed erano entrati per
forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo:
sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari
poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l'Europa e vi si diffuse.
C'è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Crociati
e riportato nel Vecchio Continente. In tal caso vi si troverebbe ancora,
ma dove? Quelli che seguono sono i nascondigli più probabili .
La natura del Graal Vale la pena, a questo
punto, di tracciare un sunto delle caratteristiche del Graal descritte dal
canone e dalle tradizioni celtiche fino al momento in cui esso raggiunge
l'Inghilterra. - Il Graal è un oggetto materiale e spirituale insieme.
Non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse
è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di
abbeverarsi (l'ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa
(il sangue di Cristo crocefisso). Può guarire le ferite, dona una
vita lunghissima, garantisce l'abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza,
ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti. - La tradizione
sull'esistenza di un oggetto con questi poteri è antichissima e diffusa
in una vasta zona dell'Asia, del Nord Africa e dell'Europa; il Graal è
forse stato identificato con nomi diversi (la "Lampada di Aladino",
il "Vello d'Oro", l'"Arca dell'Alleanza", la coppa "Amonga"
dei Sarmatiani del Caucaso). In qualche modo ignoto Gesù ne è
entrato in possesso. - Le varie leggende a proposito del Graal (Tuatha De
Danaan, Smeraldo di Lucifero, Occhio di Shiva, eccetera) concordano nel
conferirgli un origine ultraterrena. Basandosi su questi capisaldi, molti
commentatori hanno dedotto la vera natura del Graal. Nell'interpretazione
più realistica, è una favolosa invenzione letteraria stimolata
da miti antecedenti, attecchita su un terreno particolarmente fertile e
arricchita di nuovi particolari da successive generazioni di autori; in
quella più materialistica è semplicemente la coppa dell'ultima
cena, preziosissimo oggetto di antiquariato. Per gli antropologi è
un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli ("vi ci si può
abbeverare e vi ci si può versare"), forse supportato fisicamente
da un testo scritto. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l
evangelizzazione del mondo barbaro, operata dai missionari (Giuseppe d'Arimatea),
stroncata dalle persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà
guidati da un sacerdote (Merlino), o ancora, la cacciata dall'Eden (il Wasteland )
e la successiva redenzione grazie all'intervento di Gesù. Per gli
esoteristi Renè Guenon e Julius Evola il Graal è il cuore
di Cristo, potente simbolo della Religione Primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente;
per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale
a quella della Pietra Filosofale o dell Elisir di lunga vita. Per Carl Gustav
Jung è un archetipo dell inconscio; per Jesse Weston è un
simbolo sessuale e di fertilità; per Walter Stein, autore di The
Ninth Century and the Holy Grail, il Graal è connaturato con
l'intero pianeta: un generatore di energia spirituale, ma anche politica
e socioeconomica. Per Rudolf Steiner è "il simbolo degli
eventi dell'epoca primitiva percepiti dalla sensibilità dell animo";
quando, nel 1913, progettò l'edificio chiamato Gotheanum,
il filosofo tedesco intese realizzare un nuovo "Castello del Graal".
Per Adolf Hitler è uno strumento magico con cui ottenere il potere
assoluto; per gli autori di romanzi di fantascienza e i fautori dell Ipotesi
extraterrestre è un'apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa
che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare. E, per
i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora
un altra cosa... Linea di sangue Una delle possibili
etimologie di Graal comprende l'attributo "San": "San Graal"
sarebbe l'errata trascrizione di "Sang Real", ovvero "Sangue
Reale". Il sangue è, evidentemente, quello di Cristo contenuto
nella coppa, ma per altri commentatori il termine sangue designa una dinastia
(per Dion Fortune, quella dei sacerdoti di Atlantide).
La stirpe di cui i ricercatori Baigent, Leigh e Lincoln hannno scoperto
l'esistenza dopo un appassionata ricerca è quella di Gesù.
Salvatosi dalla crocefissione, il Redentore avrebbe generato dei figli,
da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi. L'ipotesi, descritta
in The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal,
1982) non si ferma qui. Certe misteriose carte rinvenute nel 1892 dal parroco
Berenger Saunière nell'altare della chiesa di Rennes-Le-Chateau
sarebbero state il punto di partenza per il ritrovamento di altri documenti
i quali proverebbero che, lungi dall'essersi estinti nel 751, i Merovingi
(e quindi gli eredi diretti di Cristo) sono ancora tra noi, accuratamente
protetti da un'antica società iniziatica denominata Il "Priorato
di Sion", il cui scopo è ripristinare la monarchia al momento
opportuno. Come i "Superiori Sconosciuti" di Agharti,
i membri del Priorato - di cui sono stati Gran Maestri, tra gli altri, Nicolas
Flamel, Leonardo da Vinci, Ferrante Gonzaga, Robert Fludd, Victor Hugo,
Claude Debussy, Jean Cocteau - costituiscono una "Sinarchia" o
governo occulto che, ormai da quasi un millennio, influisce sulle scelte
(politiche o d'altro genere) dei governi ufficiali. Purtroppo - fanno rilevare
Baigent, Leigh e Lincoln nel seguito di The Holy Blood and the Holy Grail,
intitolato The Messianic Legacy (L'eredità messianica,
1986), negli ultimi tempi il "Priorato" si è parzialmente
corrotto, e alcune sue frange mantengono stretti contatti con la Mafia,
la P2 e alcuni uomini politici italiani.